Giovedì, 12 Dicembre 2019
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SECONDO MANDATO

L'India conferma lo spirito nazionalista, il premier Modi stravince le elezioni

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Narendra Modi

Non solo una vittoria. Per il premier indiano Narendra Modi le elezioni si sono tradotte in una valanga di consensi. Un risultato inaspettato, che ha smentito gli exit poll e le proiezioni dei giorni scorsi, dopo la chiusura della lunga maratona elettorale: tutti davano il suo partito, il Bjp, vincente ma ridimensionato rispetto al 2014, e probabilmente in ostaggio degli alleati.

Alla fine, nel segreto dell’urna, ha invece prevalso lo spirito nazionalista di un Paese preoccupato per i montanti timori dei musulmani (170 milioni in tutto il paese) che ultimamente hanno dichiarato di temere il crescente integralismo indù. Ma anche per le difficoltà dell’economia, per la disoccupazione che infierisce sui più giovani e per la situazione sempre difficile degli agricoltori.

«Mi inchino al paese di un miliardo e 300 mila persone che mi ha dato fiducia. Insieme costruiremo un’India ancora più forte e inclusiva» ha commentato, ringraziando gli elettori per la straordinaria vittoria elettorale. Abbastanza a sorpresa, la proposta del politico self-made arrivato alla guida della più grande democrazia del mondo dalla strada, dove vendeva tè, ha stregato gli indiani.

Che hanno votato più che per il partito, per lui, il leader forte, con la sua proposta di un’India nazionalista e induista, all’insegna di un orgoglio esasperato, con il suo sfoggio di forza, di promesse di sicurezza, contro il terrorismo e contro il nemico numero 1, il Pakistan, e per un’economia rampante dai connotati capitalisti e iperliberisti. Modi ha sedotto il paese, portando il Bjp a conquistare, da solo, oltre 300 dei 543 seggi della Lok Sabha.

Un successo epocale, anche perché nella storia del Paese dall’Indipendenza, è accaduto due sole altre volte che un governo venisse riconfermato dopo il primo mandato: con Nehru, e con Manmohan Singh. Scarse fortune per l’opposizione: la Mahaghtbandhan, la grande alleanza dei partiti regionali, che secondo molte previsioni avrebbe dato filo da torcere in Uttar Pradesh, lo stato chiave nel cuore del paese, si aggiudica 16 stentati seggi, a fronte dei 62 del premier.

Chandrababu Naidu, storico governatore dell’Andrha Pradesh non viene rieletto, e si è già dimesso. Persino Mamata, la donna forte della politica del Bengala, esce ridimensionata dalla slavina zafferano. E il Congresso? Il partito storico, nonostante 7 seggi conquistati rispetto al 2014, ingoia una sconfitta bruciante: nella circoscrizione di Amethi, tradizionale roccaforte della famiglia Gandhi per 30 anni, Rahul deve cedere il seggio a Smriti Irani, ministra, candidata del partito zafferano.

Gandhi, nella conferenza stampa tenuta a metà pomeriggio, ha ammesso la sconfitta, dicendo che se ne assume tutta la responsabilità, e ha detto che rispetterà la scelta degli elettori. Il figlio di Sonia Gandhi ha aggiunto che il Congresso continuerà la battaglia: «È una lotta di idee, e di valori, contro ogni estremismo, per il rispetto delle minoranze e per la giustizia sociale».

Ma per il partito della famiglia Gandhi, «la Dinastia», come la definisce Modi, sembra davvero la fine di un’epoca. Non solo per la perdita ad Amethi, ma perché in 18 dei 29 stati del paese non ha avrà neppure un parlamentare. Il partito potrà vantare 51 parlamentari invece di 44 del 2014, ma è scomparso nell’est, e ha riportato una vittoria minima nel Telangana: ben poca cosa, sottolineano i commentatori.

Il «Congresso deve morire», aveva provocatoriamente dichiarato Yogendra Radav, direttore di un istituto di ricerca, nel commentare nei giorni scorsi le proiezioni. Il politologo Suhas Palshikar aveva controbattuto che il Congresso attirare comunque voti, e che la sua struttura nazionale può diventare uno strumento al servizio di chi intenda contrastare l'estremismo del Bjp e del premier. Una cosa è certa: il futuro dell’opposizione indiana, dopo una slavina come quella di oggi, sarà difficile.

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