Domenica, 21 Luglio 2019
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L'APPELLO

"Sono figlio di un prete italiano, il Papa mi ascolti", dopo 30 anni le rivelazioni di un kenyano

"Vorrei parlare con papa Francesco". E' l'accorato appello di Gerald Erebon, ragazzo kenyano che dopo 30 anni di silenzio ha deciso di uscire allo scoperto. "Sono il figlio di un prete italiano, un missionario della Consolata - rivela all'Ansa-. Ci sono persone pronte a testimoniarlo ma lui non vuol saperne. Non si è mai sottoposto al test del Dna per colpa dei suoi superiori che vogliono solo allungare l'attesa".

"Il Papa dovrebbe avere il bisogno di sapere la realtà di essere il figlio di un prete cattolico", sottolinea. "Durante la mia infanzia ero molto diverso dai miei fratelli e parenti - racconta Gerald -. Ero un ragazzo di razza mista, con un differente colore della pelle, di capelli e con tratti diversi dai bambini del villaggio, delle scuole che ho frequentato e perfino in casa mia".

Il ragazzo ricorda come nel villaggio lo chiamavano Mario, "con il nome di mio padre", e tutti lo soprannominavano 'mzungu' "che in swahili - spiega - significa persona di carnagione chiara/europea". "La mia vita è stata sempre molto dura - continua -. Sono cresciuto sentendomi nella famiglia sbagliata; spesso piangevo e mi azzuffavo a scuola e nel villaggio. Mi vergognavo per essere diverso da tutti gli altri bambini".

Gerald oggi ha 30 anni e più volte ha anche incontrato quello che sostiene essere suo padre, ma senza risultato. Per anni i missionari della Consolata gli hanno pagato la retta scolastica, ma oggi anche quel sostentamento sarebbe venuto meno. "Ho aperto una pagina su GoFundMe - il suo appello -. Spero che qualcuno possa contribuire alla mia raccolta fondi per proseguire gli studi".

"Siamo sempre stati aperti al dialogo senza preclusioni, ma ci hanno mancato di rispetto, nonostante gli sforzi fatti per far incontrare il ragazzo con il nostro confratello, che ha sempre sostenuto di non essere il padre e di non aver mai avuto comportamenti contrari al suo ruolo". Così padre Stefano Camerlengo, superiore generale dei Missionari della Consolata, commenta le parole di Gerald Erebon.

"Sono venuto a conoscenza dell'episodio 4-5 mesi fa e da allora mi sono impegnato per fare chiarezza - spiega padre Stefano all'ANSA -. Alla fine il prete sarebbe stato anche disponibile a fare il test del Dna, ma poi l'associazione alla quale si è rivolta il ragazzo ha deciso di denunciare il caso in Vaticano". "E' stato un atteggiamento irrispettoso - conclude il superiore -, una mancanza di fiducia nei miei confronti. Ora, fino a richieste della Santa Sede, non ci saranno ulteriori passi".

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