Giovedì, 17 Ottobre 2019
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LE NOMINE

Due donne alla guida dell'Europa: von der Leyen alla Commissione Ue, Lagarde alla Bce

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Christine Lagarde e Ursula von der Leyen

Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea e Christine Lagarde alla guida della Bce: per la prima volta nella storia dell’Unione sono due regine, una tedesca e l’altra francese, le carte che vincono la partita delle nomine per i posti chiave comunitari. Ma anche per l’Italia ci sono due sorprese.

La casella del Parlamento europeo è uscita dal pacchetto concordato dai leader e sembra che David Sassoli (Pd) ci stia puntando, con buone possibilità di essere eletto domani a Strasburgo per il primo mandato di due anni e mezzo. E Roma, che appariva completamente tagliata fuori dai giochi, avrà una vicepresidenza della Commissione europea con un portafoglio economico, probabilmente la Concorrenza, oltre che un posto nel board dell’Eurotower dopo l’uscita di Mario Draghi.

La strada del tandem rosa però non è spianata. Ora lo scoglio è il via libera del Parlamento europeo, dove soprattutto i socialisti si sentono beffati e sono in rivolta per una scelta che ritengono «da vecchia Europa» e potrebbero catapultare Ursula e company dalle stelle alle montagne russe.

La popolare von der Leyen (Cdu), 61 anni, sette figli, già ministro della Famiglia e due volte responsabile della Difesa, fedelissima di Angela Merkel, è il nome uscito dal cilindro europeo all’ultimo minuto che ha messo d’accordo tutti, compresi i Paesi di Visegrad, l’Italia ed i riottosi leader del Ppe, che il giorno precedente avevano sbarrato la strada all’ascesa dell’olandese socialista Frans Timmermans.

Nonostante la Germania si sia astenuta per questioni politiche interne (l'Spd era contraria), la sua nomina ha restituito il sorriso alla cancelliera, che si è detta «felice» di uscire vincitrice dal summit dopo il fallimento e la caduta d’immagine provocata dall’affossamento del primo pacchetto di nomine da lei sostenuto.

A fare il paio al femminile è Lagarde, avvocato, già ministro dell’Economia, dell’Industria e dell’Impiego con l’Ump del conservatore Nicolas Sarkozy e direttore del Fondo monetario internazionale dal 2011, non esattamente la prima scelta per Emmanuel Macron, ma la sua grande opportunità di uscire dal mucchio in nome di quell'equilibrio di genere che regola le nomine europee e piantare la bandiera francese all’Eurotower, infrangendo il tabù secondo cui il posto sia riservato unicamente ad un banchiere centrale.

Una personalità forte, capace di mettere con le spalle al muro chi avrebbe voluto un’Europa indebolita, ad esempio dall’altra parte dell’Oceano. Completano il pacchetto il premier liberale uscente Charles Michel, che dopo Herman van Rompuy è il secondo belga a capo del Consiglio europeo in soli tre mandati, da quando è stata istituita la presidenza permanente; e lo spagnolo socialista Josep Borrell, catalano ma contrario all’indipendenza della Catalogna, già presidente del Parlamento europeo e ministro degli Esteri nel governo di Pedro Sanchez. Il candidato di punta del Ppe, il tedesco Manfred Weber, avrà il ruolo di presidente del Parlamento, ma solo nella seconda parte del mandato.

Secondo indiscrezioni, sarebbe stato proprio il bavarese a guidare la rivolta dei leader del Ppe accordandosi con loro alle spalle della Merkel per far naufragare la nomina di Timmermans alla Commissione. Ma non è detto che con l’uscita di Von der Leyen ed il rimpasto di governo a Berlino non salti fuori un ruolo nell’esecutivo anche per lui. L’attuale commissaria danese alla Concorrenza, la liberale Margrethe Vestager, e Timmermans otterranno invece la vicepresidenza vicaria della Commissione europea.

E anche lo slovacco socialista Maros Sefcovic, commissario all’Energia caldeggiato dai Visegrad, tornerà a far parte della compagine dei vicepresidenti, posti distribuiti un pò a pioggia per assicurarsi «il via libera di tutti gli Stati», come spiegato dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

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