Lunedì, 23 Settembre 2019
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L'ASSALTO

Hong Kong, continua la protesta: barricate e scontri

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La protesta a Hong Kong non si placa. Per il terzo giorno consecutivo, il movimento per la democrazia, che da otto settimane non demorde, ha cercato di conquistare il centro e di dare l’assalto alla rappresentanza del governo cinese.

E per il terzo giorno consecutivo il centro della città si è trasformato in un campo di battaglia, dove sono volati lacrimogeni, sono state innalzate barricate e dove polizia in tenuta anti-sommossa e manifestanti in tenuta "anti-polizia" e con l’identità protetta da ombrelli, si sono fronteggiati davanti alle insegne luminose dei negozi e dei centri commerciali e al fuggi-fuggi dei passanti e dei turisti.

Confinati dalla polizia in un parco nel distretto commerciale, il Chater Garden, i manifestanti hanno sfidato di
nuovo il divieto e hanno preso d’assalto le strade: sabato a Yuen Long, domenica a Sai Wan e a Causeway Bay, dirigendosi in due direzioni opposte e bloccando le due principali strade di accesso al centro. A Sogo sono state erette alte barricate, mentre un terzo troncone si è diretto l’ufficio di rappresentanza di Pechino. La polizia ha sparato proiettili di gomma e di gommapiuma ai dimostranti che si avvicinavano al Liaison Office che, dopo l’attacco della scorsa settimana, duramente condannato da Pechino, è ora circondato da alte barriere e ha l’emblema della Repubblica popolare cinese protetto da una teca in plexiglas.

Coperti dagli ombrelli, molti con indosso caschi, mascherine e occhiali da sci, i manifestanti hanno inneggiato di nuovo a una «Hong Kong libera» e «Democrazia subito».

L’onda lunga della protesta è nata i primi di giugno, in opposizione ad una legge che consentiva di estradare in Cina
giudicate persone colpevoli di reati, poi "congelata" dal governo autonomo (ma non ritirata in modo definitivo), il
movimento ha esteso le sue richieste ad un’inchiesta indipendente sulla brutalità della polizia, alle dimissioni
della Chief Executive (capo del governo autonomo), Carrie Lam, considerata troppo accondiscendente al potente vicino, e alla richiesta di nuove elezioni. Ultima in ordine di tempo, la protesta contro la presunta complicità della polizia locale con gang violente in maglietta bianca collegate alle Triadi, la mafia cinese, che la scorsa domenica aggredirono e pestaronodecine di manifestanti in maglietta nera.

Il movimento per la democrazia, che periodicamente si riaffaccia sulla ribalta di Hong Kong, sente che la libertà
garantita all’ex possedimento britannico dall’accordo di restituzione del 1997 e valido per 50 anni, fino al 2047, in cui
la Cina si impegnò a garantire il principio di «Un Paese, due sistemi», sia in declino. Gli attivisti sentono che lo statuto di autonomia e quindi la loro libertà sia gradualmente erosa, sottotraccia, da Pechino. E che aumentano le intimidazioni, dopo la scomparsa di alcuni dissidenti, fra cui alcuni librai e un imprenditore, riapparsi poi in detenzione in Cina.

I militanti per la democrazia, che chiedono anche che il governo dell’isola sia eletto a vero suffragio universale solo
dai residenti, sentono di essere in corsa contro il tempo, e che forse è già troppo tardi. E sul tutto aleggia l’ombra scura di un possibile intervento cinese. le forze armate cinesi (L'esercito di liberazione popolare) ha truppe stazionate sull'isola, ma non può intervenire nelle vicende interne di Hong Kong. Ma se il governo autonomo, in casi estremi di pericolo per l'ordine pubblico o di disastro naturale, può richiederne l'intervento.

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