Domenica, 05 Febbraio 2023
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Congresso Usa giura, flop di McCarthy a primo e secondo voto speaker. Rivolta della destra trumpiana

Più giovane (età media 46 anni alla Camera e 50 al Senato), più diversiificato (record di Latinos, primo senatore nativo in quasi due decenni) ma anche più diviso. Il nuovo Congresso Usa, il 118., si è insediato oggi con la tradizionale cerimonia di giuramento, il benvenuto alle matricole e il primo nodo da affrontare dopo l’era dell’iconica Nancy Pelosi, riaccolta, in veste di semplice deputata, con una standing ovation: la nomina del suo successore, dopo che il Grand Old party ha riconquistato la Camera a Midterm con una maggioranza risicata (222 a 212, un seggio è vacante), mentre i dem hanno mantenuto il Senato con uno scranno in più.

Ma alla votazione per lo speaker, terza carica dello Stato, i repubblicani si sono presentati divisi, con un gruppo di deputati dell’ala più radicale e trumpiana deciso a sbarrare la strada al 57enne californiano Kevin McCarthy. Cinque gli irriducibili "No Kevin", che lo accusano di non essere abbastanza conservatore o che hanno atriti personali con lui: quanto basta per impedire il quorum di 218 voti, dato che i 212 dem hanno sostenuto compatti il loro candidato di bandiera Hakim Jeffries, primo leader afroamericano alla House. I cinque hanno votato per il rivale ultraconservatore dell’Arizona Andy Biggs, sostenuto poi da altrettanti colleghi di partito, mentre 9 hanno votato altri candidati: un pacchetto di 19 voti difficile da recuperare nelle prossime votazioni. Nuovo flop per Kevin McCarthy, che non ha superato neppure la seconda votazione per succedere a Nancy Pelosi come speaker della Camera. I 212 dem hanno votato compatti il loro leader Hakim Jeffries, mentre McCarthy si è fermato ancora a 203 voti perdendone sempre 19 tra i repubblicani, tributati questa volta tutti al 'falcò Jim Jordan, anche lui un alleato di Donald Trump.

La mancata elezione è un fallimento imbarazzante: è successo solo 14 volte nella storia repubblicana, di cui 13 prima della Guerra Civile e l’ultima nel 1923, quando furono necessari nove scrutini per rieleggere il repubblicano Frederick Gillett. All’epoca Gillett incontrò l'opposizione dell’ala sinistra del partito. Ora è il contrario. La matematica ha costretto McCarthy a manovrare con prudenza ma anche con ambiguità, per non alienarsi nessuno. Compreso George Santos, il neodeputato di New York travolto dalle accuse di aver falsificato il suo curriculum ed ora sotto inchiesta anche in Brasile per frode dopo il furto di un libretto di assegni.

Numerose le concessioni già fatte alla pattuglia di destra, ma per ora non è bastato: restituire gli incarichi in commissione a Marjorie Taylor Greene e Paul Gosar (revocati dai dem perchè avevano abbracciato una retorica violenta), ridurre a cinque il numero di deputati che possono chiedere la sfiducia dello speaker, lanciare indagini sul caotico ritiro dall’Afghanistan, sulla crisi dei migranti al confine col Messico (con possibile impeachment del ministro degli interni), sulla gestione della pandemia (con Anthony Fauci nel mirino) e sugli affari di Hunter Biden, il figlio del presidente. Secondo alcuni media, avrebbe dato disco verde anche ad una commissione che indaghi sul «governo armato», ossia l’uso come arma dell’Fbi, del dipartimento di giustizia (ad esempio contro Trump), dell’Irs (il fisco).

Tutte inchieste che rischiano di paralizzare l’agenda dem e di ostacolare l’attesa ricandidatura di Joe Biden, ora costretto ad accordi bipartisan, anche se in campagna potrà sempre scaricare la colpa sugli avversari in caso di paralisi legislativa. Comunque vada, il manipolo di deputati trumpiani ha già vinto, assicurandosi con la loro prova di forza un’accresciuta visibilità, potere di interdizione e di condizionamento sull'agenda legislativa e investigativa del partito. McCarthy rischia di restare ostaggio di questa fronda, sotto la continua minaccia di rivolta: lo stesso scenario che portò alle premature dimissioni dei due precedenti speaker Gop, John Boehner e Paul Ryan. E il partito rischia di vedere rafforzata quell'immagine di estremismo che ha danneggiato i repubblicani a Midterm, specialmente nei swing state che decideranno le prossime presidenziali: Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Georgia e Arizona.

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