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LEGGE DI BILANCIO

Manovra, l'Ue rinvia il giudizio sui conti: ma l'accordo è ancora lontano

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Il ministro per gli Affari europei Paolo Savona durante le comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato in vista del Consiglio europeo del 13 e 14 dicembre a Bruxelles, Roma, 11 dicembre 2018. ANSA/ANGELO CARCONI

Il giorno del giudizio dell’Ue sembra allontanarsi. Ma un’intesa per evitare la procedura d’infrazione l'Italia ancora non l’ha incassata. E anche se l’interlocuzione prosegue, la strada appare ancora in salita. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria invia a Bruxelles un nuovo «schema», che disegna una manovra più snella. Il deficit si abbassa al 2,04%, la stima di crescita del Pil nel 2019 potrebbe calare dall’1,5% fino all’1%.

Se la proposta convincerà i tecnici della commissione, potrebbe essere tradotta in una lettera del ministro all’Ue e poi finalmente nelle norme della legge di bilancio. Ma la partita è aperta. Lo testimonia il nuovo rinvio al Senato della legge di bilancio. E l’ennesima riunione notturna a Chigi di Tria con Giuseppe Conte, che convoca il ministro - facendogli saltare un’intervista - per «finalizzare l'accordo».

Forse anche alla luce della conversazione telefonica, in mattinata, tra il ministro dell’Economia e i
commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis.  Nel vertice di domenica notte i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno dato l’avallo politico a portare fino in fondo la trattativa per evitare la procedura con Bruxelles. Ma hanno detto no, chiaro e tondo, all’ipotesi avanzata da Conte di ridurre di altri 3 miliardi, oltre i 4 già previsti, il fondo per finanziare reddito di cittadinanza e «quota 100» sulle pensioni.

Le due misure sono le bandiere della prossima campagna elettorale: aver portato le risorse da 16 miliardi a circa 12 - hanno detto all’unisono i vicepremier - è il massimo che si può fare. Non sono escluse altre limature, «piccole», al fondo, contando anche su risorse esterne. Ma nulla di più. Al premier e al ministro, l’onere di reperire - con il ragioniere dello Stato Daniele Franco - i soldi che mancano. Uno schema possibile prevede tre azioni: sospendere o rinviare di 1 anno o 2 - ricavando 1 miliardo - le agevolazioni fiscali per le operazioni delle grandi imprese, come fusioni e acquisizioni; stimare oltre
1 miliardo aggiuntivo di dismissioni immobiliari, da realizzare via Cassa depositi e prestiti; realizzare «nelle pieghe del bilancio» tagli aggiuntivi fino a 500 milioni di euro.

Ma convincere Bruxelles che gli interventi incidano davvero sul calo del deficit strutturale (in tal senso il taglio delle stime del Pil può aiutare) è processo laborioso e ancora tutto da disegnare oltretutto mentre è ancora in corso il confronto nella maggioranza su misure della manovra come il rinvio della direttiva Bolkestein (l'ipotesi è farlo di 15 anni per i soli balneari ma la Lega punta ad allargare le maglie). Ed è forse per questa situazione che a Roma si esalta - forse unica notizia buona - l’ipotesi che il giudizio della Commissione Ue sulla legge di bilancio italiana non venga pronunciato mercoledì 19, come era previsto.

Il premier e il ministro - spiegano fonti di governo - avevano lavorato anche per questo obiettivo. E ora sembra a portata di mano per una duplice ragione: la prima è che solo il via libera del Parlamento alla manovra potrà certificare gli impegni presi dai gialloverdi con l’Ue; la seconda è tutta politica ed è che la Commissione non sembra voler rischiare di aggiungere un riacutizzarsi dello scontro con Roma, a nodi spinosi come la Brexit e le tensioni per i gilet gialli francesi (con sforamento del deficit).

E’ proprio a Parigi che Salvini torna a guardare quando si augura «che a Bruxelles ci sia buonsenso e non figli e figliastri: all’Italia contano anche i peli del naso e a Macron fanno fare quel che gli pare». Mentre Di Maio, combattivo, proclama che nella legge di bilancio ci sono «i sogni di chi vuole cambiare l’Italia» e «per questo siamo imbattibili e inarrestabili». I due vicepremier, che nelle ultime settimane hanno proseguito l’interlocuzione con il Quirinale, hanno lasciato a Conte l’incarico di sbrogliare la matassa. Ma i tempi sono stretti e l’esito non scontato: in Parlamento (al Senato, tra le proteste dell’opposizione per la restrizione del dibattito, la manovra non arriverà in Aula prima di venerdì) è corsa contro il tempo per chiudere il testo entro l’anno ed evitare l’esercizio provvisorio di bilancio.

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