Sabato, 24 Agosto 2019
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MAGGIORANZA

Ritorno delle Province, tra Lega e M5s nuovo scontro

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Palazzo Chigi

Province sì, perché servono. Province no perché inutili, un «carrozzone» pieno di sprechi e poltrone. La maggioranza di governo è ancora una volta agli antipodi e l'ultimo scontro si gioca sulla riforma degli enti locali che il Pd di Renzi volle abolire. «Una buffonata», chiosa oggi Matteo Salvini.

Lega e M5s stanno lavorando ad una bozza di riforma nella Conferenza Stato-città e insieme, secondo l’anticipazione del Sole 24 ore, avrebbero scritto linee guida, da sottoporre all’esecutivo, per 'ripescare' le Province tornando all’elezione diretta per 2500 tra presidenti e consiglieri, smontata dalla legge Delrio del 2014. A mezzogiorno è Luigi Di Maio a schierarsi, aggrappandosi saldamente a uno dei mantra del Movimento qual è la lotta agli sprechi: «Per me le Province si tagliano. Punto. Ogni poltronificio per noi deve essere abolito. Questa è la linea del M5S, per il resto chiedete alla Lega».

L’alleato di governo aspetta il pomeriggio, poi sbotta: «I 5 Stelle non possono cambiare idea ogni giorno su tutto». Richiama all’ordine anche Matteo Salvini, da Biella: «Si mettano d’accordo». E difende gli enti in nome dei servizi ai cittadini: «Se i Comuni non riescono a farli, servono le Province». Il leader dei 5S non ci sta e ribatte su Facebook: «Non è riesumando un vecchio carrozzone che si danno più servizi ai cittadini». E insiste: «Io nuove poltrone non le voglio. Bisogna tagliarle. E bisogna tagliare anche gli stipendi dei parlamentari. Subito!». Di più. Di Maio unisce la sorte delle Province alle tasse: «L'obiettivo è reperire risorse per abbassare subito le tasse a imprese e famiglie».

Dalla Cina media il premier Giuseppe Conte: «Affronteremo il temo al mio ritorno», taglia corto. Tra i parlamentari leghisti si ricorda che il sì alle Province è nel dna del Carroccio e si contesta la tesi dei risparmi. «Quando vennero abolite le Province sembrava che le casse dello Stato si sarebbero risanate, ma non è stato così», punge Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera.

L’ennesima divisione tra i gialloverdi si apre al tavolo tecnico a cui sono seduti, per la Lega, il sottosegretario al Viminale Stefano Candiani e per il M5s la viceministro all’Economia Laura Castelli. Il dilemma è tutto sulla bozza di riordino finora partorita. Secondo i 5S, «la bozza è della Lega e noi non la condividevamo ieri e non la condividiamo oggi».

In serata la Castelli mette in chiaro: «La verità è che c'è un tavolo di confronto con la Lega e nessuna decisione è stata presa. Mai ho dato il mio ok ad elezioni di primo livello». Da fonti vicine a chi sta lavorando al dossier, c'è sorpresa per l'escalation che ha avuto il tema e il sospetto che sia legata alle elezioni europee ormai alle porte.

In particolare, si chiarisce che la riforma del Testo unico enti locali portata avanti dai leghisti non c'entra con l’abolizione delle Province e che a quest’ultima meta si potrebbe arrivare solo con una riforma costituzionale. Ma per ora in ballo c'è solo l’elezione diretta dell’ente tanto bistrattato.

Non a caso nell’opposizione i primi a levare gli scudi sono i dem. In testa, l’ex premier Renzi: «Pur di andare contro le scelte del nostro governo, fanno risorgere le vecchie Province», twitta e sul governo del cambiamento sentenzia: «Diminuiscono i posti di lavoro, aumentano le poltrone». A far sentire la loro voce sono anche i diretti interessati: «Sarebbe un errore per il Paese se si usassero le Province come tema di scontro di campagna elettorale. Non ne uscirebbe nessun vincitore», osserva il presidente dell’Unione delle Province italiane Michele de Pascale.

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