Mercoledì, 18 Settembre 2019
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LA LETTERA

Caso Procure, Lotti si autosospende dal Pd: "Dimostrerò di non avere niente da nascondere"

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Luca Lotti

«Ti comunico la mia autosospensione dal Pd fino a quando questa vicenda non sarà chiarita». Luca Lotti cede al pressing arrivato dal suo partito e si autosospende. Non senza prima aver risposto colpo su colpo ai compagni di partito che ne avevano richiesto l’allontanamento. In primo luogo è a Luigi Zanda, senatore e tesoriere del partito, che Lotti guarda quando sottolinea che «fa sorridere» che la richiesta arrivi proprio da chi è stato «coinvolto - a cominciare da una celebre seduta spiritica - in pagine buie della storia istituzionale del nostro Paese». Il riferimento è al caso della seduta spiritica nel corso della quale, nell’aprile del 1978, si cercò di scoprire il luogo di detenzione di Aldo Moro. Zanda, all’epoca collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga.

«Lo faccio», rincara oggi Lotti, «non perchè qualche moralista senza morale oggi ha chiesto un mio passo indietro. No. Lo faccio per il rispetto e l’affetto che provo verso gli iscritti del Pd, cui voglio bene e perchè voglio dimostrare loro di non avere niente da nascondere e nessuna paura di attendere la verità». Nella stessa lettera pubblicata sul suo profilo Facebook, il deputato torna anche sulle accuse che gli sono piovute addosso dopo che il suo nome è comparso fra le carte dell’inchiesta sulle nomine nelle procure. «La verità è una sola e l’ho spiegata ieri: non ho fatto pressioni, non ho influito nel mio processo, non ho realizzato dossier contro i magistrati, non ho il potere di nominare alcun magistrato. Chi dice il contrario mente. Quanti miei colleghi», chiede ancora Lotti, «durante l’azione del nostro Governo e dopo, si sono occupati delle carriere dei magistrati? Davvero si vuol far credere che la nomina dei capiufficio dipenda da un parlamentare semplice e non da un complicato quanto discutibile gioco di correnti della magistratura? Davvero si vuol far credere che la soluzione a migliaia di nomine sia presa nel dopo cena di una serata di maggio? Davvero si vuol prendere a schiaffi la realtà in nome dell’ideologia, dell’invidia, dell’ipocrisia?».

Oltre gli attacchi di Luigi Zanda, tuttavia, a pesare sulla scelta del deputato è stato anche il comunicato diramato ieri in cui Zingaretti rimarca che «agli esponenti politici protagonisti di quanto è emerso non viene contestato alcun reato» stigmatizzando qualsiasi tentazione di processo mediatico e, tuttavia, aggiungendo che «il Pd non ha dato mandato a nessuno di occuparsi degli assetti degli uffici giudiziari. Il partito che ho in mente non si occupa di nomine di magistrati». Parole che suonano alle orecchie di Lotti come una presa di distanza: «Anch’io faccio parte del 'suo' Pd e non ho il potere di fare nomine che, come noto, spettano al Csm», sottolinea Lotti.

A 12 ore dallo scambio con il segretario, però, Lotti si vede messo esplicitamente in discussione dallo stato maggiore del suo partito, preoccupato per quanto continua ad emergere dall’inchiesta. E’ il tesoriere Luigi Zanda, questa mattina in una intervista, a rompere gli indugi: «C'è stato un salto per quanto riguarda la gravità di giudizio. Mi riferisco alle parole del procuratore generale Fuzio, il massimo rappresentante dell’accusa, riguardo la volontà di 'un imputato che ha influenzato la scelta del procuratorè che sostiene l’accusa contro di lui. Ecco, io non sono un giudice ma, se fossi Luca Lotti, rifletterei molto attentamente sulle parole del procuratore generale. Mi porrei il problema se, in coscienza, sia il caso di lasciare il Pd finchè non sarà tutto chiarito». A stretto giro, è l’ex segretario del Pd, Maurizio Martina, a sottolineare che Lotti «è una persona responsabile e sa quello che deve fare. Va valutata la gravità di questa situazione, non possiamo non essere preoccupati tutti per il quadro che è emerso». Per Carlo Calenda, «quello di Luca Lotti non è affatto un comportamento normale. E’ al contrario inaccettabile da ogni punto di vista. A quale titolo e con quale scopo si concertano azioni riguardanti magistrati? Il Pd deve dirlo in modo molto più netto rispetto a quanto fatto fino ad ora».

Il timore è che l’inchiesta in corso possa vanificare gli sforzi del partito in direzione di una ripresa dei consensi, anche in virtù delle tensioni sempre presenti nel governo che potrebbero portare al precipitare verso elezioni anticipate. A prendere le difese dell’ex ministro sono i renziani Michele Anzaldi e Luciano D’Alfonso. Il primo ricorda a Calenda le cene organizzate (e mai consumate) in nome dell’unità del partito: «Prima voleva ricucire, ora da neo eletto Pd polemizza ogni giorno con un collega di partito diverso. Basta qualche anticipazione di giornale per una condanna?». Il secondo, invece, rivendica la centralità del Parlamento e dell’attività dei suoi componenti: «C'è di che essere molto preoccupati se l’attività parlamentare può essere presentata come di per sè criminogena, se non criminale. Il mandato di un membro delle Camere, che per dettato costituzionale rappresenta la Nazione, è generale e non esistono santuari che possano vantare indiscutibilità».

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