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IL CASO

Smaltimento di rifiuti nel mare del sud Italia, M5S: riaprire le indagini

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m5s, rifiuti, Sicilia, Politica

«È doveroso e urgente riaprire le indagini condotte a suo tempo dal capitano Natale De Grazia. Per questo ho rivolto una interrogazione al ministro della Giustizia allargandola, però, ai titolari di altri dicasteri (Ambiente, Salute, Politiche Agricole)». Lo dichiara la senatrice Margherita Corrado (M5S), richiamando il lavoro dell’ufficiale della Marina, morto in circostanze mai chiarite, sullo smaltimento illegale di rifiuti nei mari italiani.

Secondo la parlamentare, «per truffare le assicurazioni e sbarazzarsi di rifiuti industriali, ma forse anche radioattivi evitando i costi dello smaltimento legale, infatti, nei decenni passati i fondali intorno alle coste del Sud Italia sono stati trasformati in un cimitero di “navi dei veleni” o “navi a perdere”, come dimostrato da recenti inchieste giornalistiche e saggi ben documentati». Serve, secondo la parlamentare, «una mappatura geo-chimica dei fondali territoriali di Calabria, Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia in grado di indicare la qualità chimica dei sedimenti; servono controlli sugli smaltimenti illeciti di rifiuti nelle acque territoriali ed internazionali, ieri e oggi; servono controlli radiochimici sul pescato ionico/tirrenico; serve una mappatura degli eventuali spiaggiamenti di contenitori di rifiuti industriali; serve cercare e identificare la posizione di tutte le “navi dei veleni”».

Le imbarcazioni “fantasma” cariche di rifiuti tossici sono esistite davvero. E per farle sparire è stato usato un collaudato “trucco” al fine di confondere eventuali investigatori pignoli e per neutralizzare modernissimi strumenti di ricerca. Lo stratagemma adoperato tra gli anni ‘80 e ‘90 in giro per i mari del mondo ha il nome di una sostanza apparentemente insignificante: la polvere di marmo. Una sostanza capace di schermare le scorie radioattive. Di limitarne la devastante capacità inquinante durante il trasporto e di renderle invisibili ai rilevatori durante i controlli nei porti. Una polvere che, dalle carte d’imbarco, risultava custodita in grandi quantità nelle stive di alcune navi affondate in circostanze sospette nel Mediterraneo tra il 1986 e l’88. Tre sono colate a picco in acque internazionali, davanti alle coste calabresi: la “Mikigan” il 31 ottobre del 1986; la “Rigel” il 21 settembre 1987; e la “Four Star I” il 9 dicembre 1988. La prima era partita dal porto di Marina di Carrara, la seconda pure, la terza, invece, proveniva da Barcellona (Spagna).

La “Mikigan” rimase a galla per dodici ore, la “Rigel” per diciotto e il suo equipaggio fu soccorso dal natante iugoslavo “Karpen” e fatto sbarcare in Tunisia; l’altra, battente bandiera dello Sri Lanka, finì sui fondali del mar Jonio in circostanza mai completamente ricostruite e in un punto non individuato. I relitti delle tre imbarcazioni, peraltro, non sono mai stati ritrovati. All’epoca dei naufragi era difficile immaginare inquietanti contesti animati da faccendieri e imprenditori senza scrupoli coinvolti nell’illecito smaltimento di rifiuti radioattivi. Gli affondamenti diventavano oggetto d’attenzione solo per i Lloyd’s londinesi e, probabilmente, per i servizi di sicurezza dei Paesi mediterranei. Eppure, già negli anni ‘80, lo smaltimento illegale delle sostanze altamente nocive rappresentava un enorme business.

Il metodo più semplice, efficace e redditizio per liberarsi dei rifiuti speciali era quello di mandarli in fondo al mare, attraverso il pilotato naufragio di imbarcazioni regolarmente assicurate e abbondantemente usurate. L’espediente, con la compiacenza degli equipaggi, garantiva due risultati: l’incasso della polizza e lo stoccaggio a prezzi ridotti del “materiale” inquinante.

Le indagini sulle “navi dei veleni” condotte, in tempi diversi, dalla magistratura di Reggio Calabria e Catanzaro, non hanno però mai sortito i risultati sperati. L’impegno dei magistrati inquirenti e degli investigatori è stato eccezionale ma la cortina fumogena azionata per coprire l’immondo traffico ha obiettivamente impedito ai togati di far luce sui complessi accadimenti.

La soluzione del “giallo” è rimasta custodita a 1400 metri di profondità, nelle stive della nave “Rigel”, in acque internazionali, nel tratto di mare che spazia sino all’orizzonte, davanti a Capo Spartivento. Il comandante e l’equipaggio soccorsi, come detto, da un natante in transito non sono mai stati rintracciati, mentre i caricatori e l’armatore hanno incassato una condanna definitiva per truffa alle assicurazioni dal tribunale di La Spezia.

Gl’imputati hanno ammesso che il naufragio venne inscenato per intascare la polizza contratta con i Lloyd’s di Londra. Nessuno, però, ha spiegato alla magistratura italiana cosa trasportasse realmente la misteriosa nave. Dalle carte risultavano imbarcati polvere di marmo e blocchi di cemento. Dalle informazioni assunte dagli organi investigativi e dai servizi di sicurezza risulterebbe, però, tutt’altro: cioè che a bordo c’erano rifiuti radioattivi. La circostanza, tuttavia, non è stata dimostrata proprio perchè il relitto della “Rigel” non è mai stato ritrovato. La magistratura inquirente, nei primi anni 90 del secolo scorso, procedette a verifiche e ricerche nell’area in cui risultava essere avvenuto il naufragio; furono compiuti accertamenti dalla “Impresub” con strumentazioni di altissimo livello e impiegati persino i rilevatori di energia nucleare adoperati nel Mar Baltico per individuare le carcasse dei sommergibili sovietici, ma non saltò fuori nulla.

L’incredibile assenza del relitto poteva probabilmente essere spiegata dal fatto che erano errati i punti nautici indicati ai Lloyd’s al momento della segnalazione del naufragio. Dunque le ricerche si muovevano da un punto sbagliato. Pur allargando lo spettro, con i mezzi dell’epoca, non fu tuttavia possibile giungere ad alcun risultato. D’altronde, gl’inquirenti avrebbero dovuto scandagliare un braccio di mare indefinito. Oggi, probabilmente, potrebbero essere compiute ricerche con metodi ancora più moderni ed efficaci: si potrebbero infatti utilizzare sommergibili in grado di scendere a 1400 metri sotto il livello del mare e adoperare rilevatori di profondità, radar e sonar d’ultima generazione. Trovata la “Rigel” e stabilito con certezza cosa trasportava, avremmo infatti un primo punto fermo nella complicata storia delle “navi dei veleni”. Nessuno, però, sembra volerlo davvero.

Ma c’è un’altra nave, la “Aso”, che naufragò il 16 maggio 1979 a largo di Locri, di cui agli atti dell’inchiesta sul traffico di rifiuti radioattivi avviata negli anni ‘90 dalla Procura di Reggio figuravano stazza, carico e coordinate di rotta. Trasportava 900 tonnellate di solfato ammonico. L’ufficiale di Marina Natale De Grazia, morto il 13 dicembre 1995 in circostanze misteriose, l’aveva inclusa nel lungo elenco degli affondamenti sospetti.

L’aveva collocata accanto ai nomi di imbarcazioni che dormono, da anni, a più di mille metri di profondità nel Mediterraneo: la “Koraline”, colata a picco il 7 novembre 1995, cinquanta miglia a nord di Ustica; la “Marco Polo” affondata nel Canale di Sicilia il 14 marzo 1993; e la “Alessandro I” naufragata il primo febbraio 1991 a largo di Molfetta.

Gli scheletri di ferro di queste navi sono divenuti i sinistri custodi di segreti inconfessabili. Di questi relitti il controverso e più volte contraddetto pentito Francesco Fonti non ha mai detto nulla, anche se è proprio dalla storia di queste imbarcazioni che bisognerà ricominciare per far finalmente luce sulle cosiddette “navi a perdere”. Navi di cui parlarono manager e faccendieri del calibro di Marino Ganzerla, Renato Pent, Aldo Anghessa e Gianpaolo Sebri.

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