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Elezioni amministrative: verso Pd primo partito. Cresce FdI, tracollo M5s

Le elezioni amministrative potrebbero ridisegnare e invertire gli equilibri di forza tra centrodestra e centrosinistra. Con il tracollo del Movimento 5 stelle, l’altro dato che emerge dalle urne è un ritorno a una sorta di bipolarismo con due schieramenti contrapposti. Almeno è quanto si evince da una primissima analisi dei dati, seppur ancora parziali, nelle grandi città.

A rivendicare il primato per i dem è Francesco Boccia, responsabile Enti locali della segreteria dem. «La cosa più importante è che il Pd è il primo partito in tutte le città», osserva. Nel campo avverso, regge Forza Italia (anche se prosegue il trend degli ultimi anni che vede il partito azzurro perdere consensi). Subisce una battuta d’arresto la Lega, che perde voti in diverse città del Nord, tra cui la stessa Milano, mentre Fratelli d’Italia guadagna consensi. Osserva Giorgia Meloni: «Secondo i dati a disposizione, con un rapido calcolo fatto in questi minuti, direi che oggi FdI sui numeri assoluti si afferma come primo partito all’interno del centrodestra».

Stando ai primi dati, via via che lo spoglio delle schede va avanti, il Pd potrebbe essere il primo partito a Milano, Torino, e Bologna, buon risultato anche a Trieste. La Lega si arresta: a Milano il partito di via Bellerio si fermerebbe in base ai primi dati sotto il 12% (alle ultime europee aveva incassato il 27), mentre FdI tallonerebbe a solo due-tre punti di distanza e, comunque, risulta in crescita nella maggioranza delle città del nord. E’ nella "rossa" Bologna il miglior risultato che FdI si appresta ad incassare. Il partito di Giorgia Meloni si attesterebbe a quota quasi 13% sotto le due Torri (nel 2016 non raggiungeva nemmeno il 3%), mentre la Lega si ferma sotto l’8%. A Roma FdI sfiorerebbe il 18% (nel 2016 non raggiunse per poco il 13%) e si candida ad essere il primo partito nella Capitale. Il Pd a Milano sarebbe a quota oltre 30%. Crollo dei 5 stelle, che però tiene e anzi cresce a Napoli, dove incasserebbe quasi il 12%. A Torino e a Roma il Movimento ottiene solo un terzo dei voti rispetto a quelli ottenuti nel 2016.

Letta vince e si candida federatore centrosinistra

Un quadro politico completamente stravolto quello che emerge dal voto di domenica e lunedì, con il centrodestra a riconoscere di non aver fatto bene i conti e, forse, di aver ancora bisogno di un federatore come Silvio Berlusconi, e il centrosinistra a scoprire che insieme si vince, in barba a mugugni e resistenze interne ai partiti. Enrico Letta è il primo vincitore della competizione: eletto alla Camera nel collegio di Siena e, soprattutto, investito sul campo del ruolo di federatore di quel 'campo largò che per il leader dem è l’unico strumento per battere le destre alle politiche del 2023. «Mi sento di dire che il segretario del Pd è il federatore del centrosinistra, ma lo direi anche se il segretario fosse un altro, perchè i Pd è il baricentro di una grande coalizione politica», spiega Letta che si toglie anche la soddisfazione di sferzare le destre sottolineando come «senza un federatore» della caratura di Silvio Berlusconi «non vincano».

E’ la nemesi del Pd, dopo anni in cui i dem si sono sentiti apostrofare come «divisi» e «senza guida». Una tesi che sembra trovare conferma anche nelle parole dei leader della coalizione di centrodestra. Salvini riconosce di essersela giocata male: «Abbiamo offerto troppo poco tempo per presentare i candidati», dice il segretario leghista riferendosi alla tribolata scelta dei candidati sindaci in città importanti come Roma e Milano: «Non possiamo perdere altri mesi di tempo per questioni interne», aggiunge. Non che la strada per il Pd e il centrosinistra sia spianata. Se è vero che la vittoria di oggi cuce addosso a Letta l’abito del federatore, è pur vero che Giuseppe Conte potrebbe rivendicare presto quello stesso ruolo. I Cinque Stelle sono i grandi sconfitti di questa tornata elettorale ma, per paradosso, la sconfitta potrebbe rafforzare la leadership dell’ex premier. E’ stato Conte a guidare il 'partito internò al M5s che lavorava agli accordi con il centrosinistra, contro lo stesso avviso di una parte non residuale del partito.

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