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"Non basta 'abiurare' il fascismo, ora la Meloni tolga la fiamma dal simbolo"

Non basta "abiurare" il fascismo, ora Giorgia Meloni tolga la fiamma dal simbolo. Dopo il video - in inglese, francese e spagnolo - con cui la presidente di Fdi ha voluto rassicurare la stampa estera sulla sua estraneità da qualsiasi rigurgito mussoliniano, il Pd torna alla carica e chiede di andare oltre.

Non basta "abiurare" il fascismo, ora Giorgia Meloni tolga la fiamma dal simbolo. Dopo il video - in inglese, francese e spagnolo - con cui la presidente di Fdi ha voluto rassicurare la stampa estera sulla sua estraneità da qualsiasi rigurgito mussoliniano, il Pd torna alla carica e chiede di andare oltre. «Vuole consegnare il fascismo alla storia? Allora tolga la fiamma del Movimento Sociale Italiano dal simbolo», è il mantra dei Dem. Più in generale, dal Nazareno si continua a puntare il dito sulla politica estera di Fdi, ricordando come, sul Piano di Ripresa e Resilienza, all’Eurocamera per ben tre volte gli eurodeputati meloniani non abbiano votato a favore. Si tratta, al momento, soprattutto di schermaglie elettorali, destinate tuttavia a crescere di intensità man mano che si avvicinerà la data del voto. La fiamma dal simbolo Fdi non la toglierà. Sul punto nessuno, tra i meloniani, è entrato nel merito anche perché, semplicemente, il tema non è considerato sul tavolo. Il simbolo verrà depositato così come finora è conosciuto a tutti. «Non è il Pd a rilasciare patenti di democraticità, esiste una Costituzione e a questa ci atteniamo», è la chiusura di Fabio Rampelli. Eppure, per il Pd la presa di distanza di Meloni rispetto al fascismo è «tardiva».

"Tra un po' Meloni diventerà più europeista di Macron e Draghi ma il suo partito ha proposto l’uscita dall’euro», attacca la Dem Alessia Rotta. Il refrain, dalle parti del Nazareno, resta uno: Fdi, con la sua vicinanza ai partiti di estrema destra europea e all’ungherese Viktor Orban, continua a destare preoccupazione a Bruxelles. L’Ue, al momento, resta alla finestra. Nessuno nella Commissione ha la minima intenzione di entrare in tackle sulla campagna elettorale. Rispetto allo scontro Pd-Fdi sulla fiamma del Msi, è tuttavia destinato ad avere sicuro seguito quello sul Pnrr. Tra i Dem, in queste ore, rimbalzano i tre voti di astensione che, il 15 maggio e il 23 luglio del 2020 nonché il 9 febbraio del 2021 Fdi (a Strasburgo nel gruppo Ecr) espresse sul Next Generation Ue.

«La destra in Europa è contro l’Italia», è l'attacco della vicepresidente del Pe, Pina Picierno. «L'Ue è preoccupata, la destra rischia di un reggere la sfida del Pnrr», incalza il capodelegazione Dem all’Eurocamera Brando Benifei. "Abbiamo una sinistra che pur di governare è disposta a farlo sulle macerie. La sua propaganda all’estero nuoce al Paese», protesta Meloni secondo la quale l’astensione di Fdi è stata dovuta al fatto che il piano «era stato consegnato un’ora prima al Parlamento». La leader di Fdi, da settimane, sta vestendo l’abito moderato e atlantista di chi vuole rassicurare Washington e Bruxelles. Sul dossier ucraino non ha mai espresso dubbi nello schierarsi con l’Ue e l’Occidente. E a luglio aveva fatto tappa anche a Strasburgo per un faccia a faccia con la presidente Roberta Metsola. Sul Pnrr, tuttavia, la convinzione di Fdi è che si debba arrivare ad una rinegoziazione degli obiettivi alla luce della guerra in Ucraina e dell’ondata inflattiva.

«E' importante avanzare proposte concrete su come adeguare il Pnrr alle nuove esigenze e situazioni «oggettive» e far sì che queste risorse siano utilizzate per la crescita, l’innovazione e la modernizzazione del Paese», spiegava pochi giorni fa Raffaele Fitto. L’articolo 21 del regolamento del Next Generation, sulla base appunto di circostanze oggettive, lo permetterebbe e una sponda potrebbe essere fornita anche dal piano RePowerEu che si basa proprio sulle risorse del Pnrr. Ma rinegoziare il Piano con Bruxelles, per l’Italia, sarebbe una strada irta di ostacoli. "In linea di principio, gli Stati dovrebbero attuare i loro piani di ripresa e resilienza approvati dal Consiglio secondo tempistiche chiare», spiegano dalla Commissione. Poche parole che bastano, tuttavia, a inquadrare la difficoltà di una simile sfida.

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