Lunedì, 05 Dicembre 2022
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NUOVO ESECUTIVO

Meloni chiede prudenza, ma su ministri tensione Lega-Fi. Il toto nomi

«Prudenza». Oltre al silenzio, suo e dei suoi più stretti collaboratori, Giorgia Meloni invita tutti a non lasciare correre troppo la fantasia nel gioco del toto-ministri. La squadra quando sarà il momento sarà pronta e sarà all’altezza, è il refrain che ripetono anche da Lega e Forza Italia, che si sono affrettati a specificare che l'esecutivo di centrodestra sarà «politico», dopo che la sola idea circolata nel fine settimana di una prevalenza di tecnici, e nei ruoli chiave, aveva sollevato un vespaio tra gli alleati. La leder di Fdi come oramai d’abitudine trascorre tutto il pomeriggio Montecitorio.

«Leggo cose surreali che poi dovrei commentare» le uniche parole che dice prima di chiudersi negli uffici del gruppo a occuparsi dei dossier economici, la crisi dell’energia su tutti, con la «stella polare» della difesa dell’interesse nazionale. Al Consiglio europeo del 20 e del 21 ottobre molto probabilmente sarà ancora Mario Draghi - con cui i contatti sono continui - a rappresentare l’Italia e, sottolineano da via della Scrofa, non c'è nessuna intenzione di creare «fratture» tra vecchio e nuovo governo. Ma i documenti, e la proposta italiana in arrivo, mettono le mani avanti da Fdi, sono quelli elaborati dall’esecutivo ancora in carica. Fazzolari è l’unico che si ferma a parlare coi cronisti. Oggi «c'è Cingolani». E domani ancora non si sa - dice forse anche con una dose di scaramanzia - «chi avrà le sue funzioni né chi sarà il premier». Non entra nel merito del «borsino» dei ministri Fazzolari - che in molti vedono in pole come sottosegretario alla presidenza - ma minimizza le tensioni con gli alleati ("non c'è polemica sui tecnici") e anche il polverone alzato dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Fa fede, assicura, il programma condiviso dal centrodestra che prevede, almeno per ora l'opzione minimal della flat tax incrementale e dell’aumento a 100mila euro della soglia per gli autonomi. Si vedono andare e venire anche Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli. E alla Camera si affaccia anche la neoeletta senatrice Lavinia Mennuni (che ha battuto nel suo collegio Emma Bonino e Carlo Calenda).

Ma sulla composizione del puzzle nessuno si sbilancia. Bisogna fare presto, è la convinzione di tutti, perché le emergenze sono tante e servono risposte rapide. L’idea sarebbe quella di arrivare all’appuntamento del 13 ottobre con l’intesa tra alleati sul pacchetto completo, presidenze delle Camere e ministri, da sottoporre ovviamente poi al vaglio del presidente della Repubblica. Anche perché è un gioco a incastri: se, come risale nelle quotazioni di oggi, dovesse passare lo schema che vede Ignazio La Russa sullo scranno più alto di Palazzo Madama e un leghista alla Camera - si fanno i nomi di Riccardo Molinari o di Giancarlo Giorgetti - Forza Italia andrebbe compensata con un ministero di peso come la Farnesina, dove resta in campo anche l'ipotesi Elisabetta Belloni ma a quel punto potrebbe andare invece Antonio Tajani, che sarebbe anche il capodelegazione di Fi al governo. Per Silvio Berlusconi, poi, in Consiglio dei ministri non potrà mancare - è un suo puntiglio - la fidatissima Licia Ronzulli. Nell’idea del Cav potrebbe essere destinata alla sanità ma per quel dicastero si guarda a una figura con maggiori competenze specifiche. Altri papabili in casa Fi sono Alessandro Cattaneo e Anna Maria Bernini (che potrebbe anche essere riconfermata nel ruolo di capogruppo). Per gli Affari europei resta forte il nome di Raffaele Fitto, mentre al momento Giulia Bongiorno avrebbe perso il derby con Carlo Nordio per la Giustizia. E se resta ancora da riempire la casella del ministero dell’Economia (il pressing su Fabio Panetta si farebbe sempre più incalzante) l’altro nodo ancora da sciogliere rimane quello del ruolo di Matteo Salvini, che domani farà la sua mossa riunendo il consiglio federale a Roma (Meloni farà un punto con l'esecutivo di Fdi mercoledì). Il leader leghista - se davvero non dovesse spuntare il ritorno al ministero dell’Interno, cui guarda anche Tajani in alternativa agli Esteri - vorrebbe almeno la vicepresidenza del Consiglio. Che riaprirebbe all’ipotesi della prima ora di due vice.

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