Mercoledì, 21 Ottobre 2020
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Emanuele Via: io, un calabrese a Sanremo...

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Emanuele in via di Gioia

«criteanu benadittu, c'allu munnu sì l'afflitttu, alli crozzi ed allu vinu, l'acriteanu è sempri u primu». Se lo ripeteranno anche prima di salire sul palco dell'Ariston, a fare la loro gara tra le Nuove Proposte del prossimo Festival di Sanremo. Perché ormai è il loro motto, gli “Eugenio In Via Di Gioia” (Eugenio Cesaro, Emanuele Via e Paolo di Gioia, il nome viene da lì, Lorenzo Federici si è aggiunto dopo e ha dato il nome al primo album) cominciano sempre così, si caricano mani al centro e dialetto calabrese intorno. Opera di Emanuele che, pur di portarsi in giro la sua Calabria, ne ha fatto «la lingua ufficiale della band».

Lui che è nato e cresciuto ad Acri si sente mentre ce ne parla. Finito il liceo è “emigrato” verso il Politecnico di Torino e lì… «incontro Eugenio e iniziamo a suonare per strada. Il mio strumento era il piano, fresco di Conservatorio a Cosenza. Ma portarselo in giro non si può, quindi ho comprato una fisarmonica usata e ci ho familiarizzato».

Il folk entra nel gruppo per l'esigenza di avere tasti “da asporto”, poi «il suono ci è piaciuto, nei primi lavori ci apparteneva molto di più, ma durante i concerti la fisarmonica c'è sempre». Emanuele ed Eugenio, Paolo è arrivato dopo. «Un giorno ci chiamano a suonare a Chieri, un paesino dell'hinterland torinese, ed Eugenio decide di contattare il suo vecchio amico batterista del liceo».

Tanto Piemonte e festival locali. La svolta nazionale arriva col secondo posto al “Sotto il Cielo di Fred”, il premio era un tour per l'Italia. Il primo. «La prima data in assoluto fuori dal Piemonte è stata ad Acri, lì c'è la mia famiglia - il padre Giuseppe e la madre Maria Luisa - , i miei amici, la mia gente, le mie strade». Che poi «i sostenitori calabresi sono dappertutto, raramente mi è capitato di fare un concerto e non incontrarci qualche calabrese…se non addirittura di Acri! È questa comunanza che rende la musica un fatto familiare».

A Sanremo ci sono andati in bici, «su una pista ciclabile incredibile, un'ex ferrovia che cammina lungo il mare» e, a proposito di scelte ecologiche, «in questa primavera andremo a piantare una foresta in Trentino…».

E al Festival come ci siete arrivati?
«Eravamo incerti. Intanto su quanto fosse coerente col nostro percorso, poi avevamo già altri programmi. Il tour…».

Il vostro pubblico? Come l'ha presa?
«Nessuno si è stupito, nessuno lo ha vissuto come il tradimento “commerciale” che temevamo».

L'indie, il vostro territorio di provenienza, lì si è conquistato la sua parte…
«Meno male! Sui social spesso si legge “ma da dove sono usciti questi?”, invece i giovani l'indie lo conoscono e lo seguono, tantissimo. Portarlo a Sanremo significa aprire un canale per raggiungerli. Sanremo è questo, non una necessità discografica, piuttosto uno spettacolo straordinario in cui Al Bano scende dal palco mentre ci sale Achille Lauro. Cose che succedono solo lì».

L'esposizione vale tantissimo ma è un rischio altissimo.
«Se hai fatto la gavetta come noi, ti brucia pensare che tanti anni saranno sintetizzati in tre minuti in cui devi far rientrare tutto, tutto quello che vuoi comunicare, mentre rischi di apparire diverso da come sei. Dall'altra parte è un'enorme opportunità, tanti professionisti, le prove con l'orchestra. Noi con una così grande non ci avevamo mai suonato».

Riproporrete “Tsunami”, ma con maestri e coro…
«E l'effetto cambia! La partitura l'ho scritta io, le feste di Natale le ho trascorse così».

Sei consapevole di essere il concorrente più a Sud di tutto il Festival, big compresi?
«Ci sarebbe Levante che è nata in Sicilia. Ma io in Calabria ci ho vissuto per vent'anni, io in Calabria non ci vado, ci torno, tutte le volte che posso. Quando mi chiedono se sono di origini calabresi rispondo: non di origine, io sono calabrese proprio!».

MariaMascali
Gianna Nanninifa “La differenza”
Sarà ospite del Festival la sera di venerdì e canterà un estratto dal suo ultimo album di inediti “La differenza” e un medley dei suoi successi

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