Lunedì, 17 Febbraio 2020
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IL BILANCIO

Sanremo, come Diodato anche il festival di Amadeus e Fiorello vince e “fa rumore”

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Benedizioni sull'edizione una e trina più “eterna” della storia, la più vista dall'ultimo Giubileo. Quella che, per essere senza favoriti, celebra Diodato in ogni modo.

Il “canto degli italiani”

La parabola di Sanremo “venti venti” insegna che non ci sono più le mezze canzoni di una volta, ma quelle memorabili nemmeno. Eppure, se fino alla vigilia ogni cosa sembrava possibile, poi improvvisamente una e una sola cosa è diventata plausibile. Inevitabile che vincesse Antonio (anche se da casa becca solo il 24% delle preferenze). Perché lui è uno che “Fa rumore” con un registro comprensibile, perché la sua struttura rassicura. Perché canta meglio di Gabbani (seppure “Viceversa” sia risultata la più premiata, col 38% del televoto) ed è fresco, anche se diversamente giovane rispetto ai Pinguini (che al debutto, da sconosciuti, collezionano il 37 delle preferenze degli italiani).

La veglia (con preghiera)

Ma c'è un dato che conta più di chi canta. Nella lunga liturgia finale sono emersi tutti i limiti della litania. Ascoltare ventiquattro canzoni di fila sfiora l'insopportabile, l' “annunciazione” del vincitore a notte inaccettabile, anche a cambiare l'ordine degli addendi il risultato rimane ingestibile. Se per un verso l'intelligenza di Amadeus nel conservare il format confezionato da Baglioni regna e premia (soprattutto rapper e giovani, quelli sul palco e in classifica come quelli a casa, in poltrona), d'altro canto urgono soluzioni per arginare l' “opulenza scalettara” (come l'ha definita il direttore Coletta). Reintrodurre le eliminazioni o ipotizzare riduzioni, perché se è vero (e lo è) che allo spettacolo musicale serve la quota spettacolare, da qualche parte bisognerà pur tagliare. Tanto, intanto gli abbiamo perdonato pure questo a costo che, se lo rifarà, non lo faccia più.

“Ama” il prossimo tuo come te stesso

È stato il comandamento con cui ci siamo rivolti al direttore artistico. Lui stesso l'ha ispirato. Quel sentimento normale che ce lo ha reso eccezionale. L'identificazione comune nei confronti di un personaggio a forma di persona. Forse meno istituzionale di certi suoi predecessori, sicuramente poco ingombrante e molto misurato rispetto ai suoi detrattori. Il conduttore e l'intrattenitore. Un solito ignoto svelato, un parente misterioso diventato familiare.

Fiorismo e Ferrismo

Nonostante per Amedeo si profetizzasse un ruolo putativo, giorno dopo giorno il suo contorno è diventato l'anima del quadro. Dilagante uno, cantante l'altro. Tra uno #stattezitto e un #parlaquantovuoi, Fiore e Tiziano hanno funzionato perché c'era lui a legarli, non hanno strabordato (oddio, qualche volta sì) perché c'era Ama a contenerli. A trovargli il modo, la maniera e la misura. Ha fatto la sua controriforma. Tra sacro e profano. Processi e processioni. Monologhi e discussioni. Canzoni dei segni e musica dei sogni. Verità e falsetti, interpretazioni, fughe e bacetti.

Verdetti

Il Bardotti per il Miglior testo a “Eden” di Rancore, Il Premio Bigazzi per la migliore orchestrazione a “Ho amato tutto” di Tosca. Si sa, dai premi “minori" arrivano le soddisfazioni maggiori. Quelli centrali, centrati su obiettivi mirati.

Vincitore immor(t)ale

Allora Osanna ad Achille Lauro, il figlio dell'arte. Colui che non ha vinto niente eppure si è preso tutto. Lo spartiacque senza bastone, il predicatore senza finzione. Dopo San Francesco l'infinitamente nudo, dopo Ziggy Stardust l'estremamente alieno, dopo la scandalosa Marchesa Casati, la regale Elisabetta I Tudor. Pensato, creato.L’habitus sopra il vestito. Chi ne ha ignorato il senso in nome del dissenso non potrà certo negare che, a suo modo, Lauro ha spaccato la storia di quel palco e ora c'è un prima e dopo lui.

Il Festival è finito, andate in pace. E che Sanremo sia sempre con voi e i vostri cari, amen.

Tiziano Ferroarrivato... terzo

La “terza colonna” del Festival, dileguatele nubi dello “scontro” con Fiorello, ha incantato il pubblico non solo con le sue canzoni, ma anche con il suo “monologo” finale.

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