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L'ANNIVERSARIO

Il segno indelebile di Uberto Bonino: messinese nel cuore oggi come 120 anni fa

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A 120 anni dalla sua nascita il ritratto di un grande messinese d’adozione

«Non ho mai avuto la tentazione di lasciare Messina, dove non sono nato e dove spero di morire e di essere sepolto. È una città che mi ha dato molto di più di quanto mi aspettassi e alla quale sono dolente di non potere offrire di più di quanto mi abbia dato».

Così diceva Uberto Bonino del suo rapporto elettivo con Messina. Era nato a La Spezia nel 1901, ma si era trasferito in città da piccolo con la famiglia, con il padre Teofilo Bonino, ammiraglio della Regia Marina  e comandante di Marisicilia, con la madre Luisa Vignolo Koller e il fratello. A Messina ha compiuto tutti i passi della sua prestigiosa carriera di industriale, banchiere e politico.

A soli 26 anni era amministratore delegato della Molini Gazzi Spa, l'azienda messinese a cui si legherà professionalmente, contribuendo alla sua crescita in termini di competitività e innovazione. Bonino, infatti, aveva sposato Maria Sofia Pulejo, figlia dell'imprenditore Gian Silvestro Pulejo Ainis, fondatore dei Molini, che fu sindaco di Messina nel '29, il primo eletto dopo il terremoto; la era nobildonna piemontese Marinette de Fernex. Quello di Uberto e Maria Sofia fu un matrimonio importante, come testimonia una pagina della storica rivista Il Marchesino: “In casa del dott. Pulejo si è svolto il matrimonio civile e religioso della di lui figliuola, la soave Maria Sofia con il signor Uberto Bonino, figliuolo dell'ammiraglio Teofilo che per lungo tempo tenne il comando nella nostra difesa marittima. Fu quanto di più bello si possa immaginare e raggiunse un carattere di regale magnificenza”.

Bonino nel '39 diventò presidente della Banca di Messina, nel '51 fondò la Società Editrice Siciliana (SES), con la quale editò nel '52 il quotidiano “Gazzetta del Sud”, con il primo stabilimento sito in via XXIV Maggio e il secondo, inaugurato nel '68 in via Taormina, poi divenuta via Uberto Bonino. Una struttura moderna, nuova sotto il profilo architettonico, tra le prime in città in acciaio. Ottenne importanti riconoscimenti quali le onorificenze, concesse dal Presidente della Repubblica, di Cavaliere di Gran Croce e di Cavaliere del Lavoro.

Collateralmente a questi percorsi professionali fu anche un politico, non per bisogno ma per passione e senso civico. Fu eletto all'Assemblea costituente nel '46 con l'Unione Democratica Nazionale (Partito Liberale), rieletto alla Camera nel '48, fu deputato per tre legislature e senatore per due nel '72 e nel '76, prima con il Partito nazionale monarchico e poi con il Movimento sociale italiano-Dn. È stato componente, segretario e vicepresidente della Commissione Industria e Commercio; componente delle Commissioni Finanze e Tesoro, Difesa, Lavori pubblici, Comunicazioni, Giunta del Regolamento, della Rappresentanza della Camera all'Assemblea unica delle Comunità Europee e della Rappresentanza della Camera nell'Assemblea parlamentare europea.

Fu “un politico anomalo” come recita il titolo del volume curato dal giornalista Lucio Barbera sulla sua attività parlamentare; aveva un alto senso dello Stato, era intransigente, indipendente sempre all'opposizione; ideologicamente di estrazione liberale, gravitante in area di centro-destra. Era figlio del clima e dello spirito della ricostruzione post bellica e critico con le nuove leve di parlamentari: “L'uomo politico del '46 all'apertura della Costituente - scriveva -, era convinto di dovere svolgere un ruolo storico e di poter risollevare il paese in ginocchio dopo la cocente sconfitta… dopo il fascismo gli sforzi di tutti si sono concentrati sulla ricostruzione del paese, il centrismo di De Gasperi ha largamente contribuito ad elevare il paese ad un livello di benessere che fino al 60 molte nazioni ci invidiavano... il politico di oggi è spesso deluso, intruppato e pronto ad eseguire gli ordini come fossero nelle caserme”.

S'impegnò in battaglie per il territorio, combattute non in chiave clientelare ma in termini di servizio, per lo sviluppo del Sud e in particolare di Messina, alcune delle quali annose, tanto che le sue parole pronunciate in Parlamento sono oggi di inquietante attualità, come quelle sulle baracche.

Ma si impegnò concretamente su tanti altri fronti legati al rilancio del porto o come il finanziamento delle vie La Farina e Garibaldi, lo sbaraccamento di Villa Lina, la parziale bonifica della zona industriale, il varo dei Consorzi per la costruzione delle autostrade per Catania e Palermo. Come politico si definiva atipico: “Sono stato un uomo politico e un industriale, ma mi sento più un industriale… mi considero un pessimo politico per l'arte del compromesso... non ho mai cercato o concordato, o subito compromessi”.

E l'azienda e l'opera a cui teneva di più fu la “Gazzetta del Sud” su cui investì e scommise tutto; il quotidiano, leader ancora oggi, nell'area siciliana e calabrese, il perimetro da lui privilegiato, tanto che volle impiantare “per amore dei calabresi” anche lo stabilimento a Rende. Per la forza della sua personalità e il prestigio del suo ruolo, aveva rapporti con figure istituzionali e politiche di primo piano che, con orgoglio, accoglieva in città e al giornale, come il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il presidente del Senato Amintore Fanfani; i ministri Nicola Capria, Giacomo Mancini, Arnaldo Forlani, Giuseppe Malagodi, Gaetano Martino, Anton Giulio Cajati, Giuseppe Lupis, Ferrari Aggradi, Pietro Bucalossi; il senatore Giovanni Leone (poi Presidente della Repubblica) e l'on. Giovanni Spadolini (futuro presidente del Consiglio); Valerio Zanone, segretario nazionale del Pli, Giorgio Almirante, segretario nazionale del Movimento Sociale, Ugo La Malfa, segretario nazionale del Pri; l'ambasciatore Usa R. Gardner e poi G. Thorn (presidente della Comunità economica europea), il cardinale americano J. Wright.

Aveva la speciale capacità di connettere persone e progetti in reti a beneficio della città che aveva scelto come propria e a cui lasciò in eredità la sua l'ultima creatura, la Fondazione Bonino-Pulejo, istituita nel '77 a cui volle conferire, come aveva deciso anche la moglie, tutte le risorse della famiglia; un'istituzione no profit che potesse sostenere le giovani generazioni, premiando il merito e il talento, attraverso l'istituzione di borse di studio per laureati in Medicina e Giurisprudenza dell'Università di Messina, poi estese ad altre facoltà e sedi universitarie come Reggio Calabria, Cosenza, Catanzaro, Catania e Palermo. Nel nome di quella coppia di benefattori illuminati, sono state assegnate ben 1139 borse di studio, per un totale nominale di oltre 5 milioni e mezzo di euro. Con la stessa ratio, a tre anni dalla morte dell'onorevole, è stato istituito il “Premio internazionale Bonino”, destinato a eccellenze in campo scientifico, sociale e culturale. Un lascito morale palpabile ha consegnato ai giovani che, sia attraverso la Fondazione, che attraverso il giornale, hanno avuto l'opportunità di misurarsi e crescere.

La “Gazzetta del Sud” è stata infatti palestra e fucina di giornalisti che, per settant'anni, hanno documentato la città, la Sicilia e la Calabria raccontandone le luci e le ombre. Uberto Bonino non è nato a Messina certo, ma vi ha lasciato un segno indelebile e qui ha voluto essere seppellito. Spentosi nel 1988, riposa nel Gran Camposanto di Messina, nella città di cui è stato un illustre e illuminato figlio adottivo.

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