Sabato, 25 Settembre 2021
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CORONAVIRUS

Il Covid spazza via i sogni di oltre 66% famiglie: la "fotografia" del Censis

La pandemia ha spazzato via i sogni di cambiamento degli italiani: a marzo 2020, il 66,4% delle famiglie - circa 6,5 milioni - nelle quali almeno uno dei componenti aveva in progetto di cambiare lavoro o attività, ha dovuto soprassedere. E se un quarto di esse ha deciso di prendere tempo, il 15% vi ha proprio rinunciato. Quando ci butteremo alle spalle l’incubo della pandemia? La maggior parte degli italiani ritiene che ci vorrà ben più di un anno. E cosa rimarrà? Di sicuro non un’affezione alla digitalizzazione, nonostante l’uso della Rete e dei pc si sia intensificato, complici anche i lockdown.
E’ quanto si evince dall’ultimo rapporto AGI-Censis che fa il punto sulle modifiche che, a partire dal marzo del 2020, hanno caratterizzato i comportamenti degli italiani. La rilevazione, condotta nel mese di aprile 2021, restituisce inoltre i dati sull'interesse, il gradimento, le resistenze e le preoccupazioni di fronte alle prospettive di cambiamento innescate dalla pandemia.

Secondo il Rapporto, la maggior parte degli italiani è convinta che in meno di un anno ci si sposterà senza nessuna restrizione e verrà archiviato l’uso delle mascherine e la precauzione del distanziamento interpersonale (56,3%).
Molto diverse le opinioni in tema di lavoro. In primo luogo la quota di italiani che ritiene che occorrerà molto più di un anno per tornare alla normalità raggiunge il 41,8% del totale. Bisogna poi considerare quel 17,1% di persone convinte che non si tornerà più alla situazione precedente (circa 8,5 milioni di persone). Per tutti costoro l’adozione del lavoro a distanza (da remoto, agile, o smartworking che sia) viene evidentemente considerato un processo consolidato dall’esperienza e dunque in qualche modo irreversibile.
Complessivamente, i ceti sociali più modesti sono i più pessimisti. In particolare, aumenta di molto la sfiducia diffusa nella possibilità che si possa ritornare - prima o poi - alle condizioni pre-pandemiche. I «segni» dell’allarme e del suo riverbero mediatico rimangono evidentemente impressi più a fondo nella percezione di chi ha avuto difficoltà ad ammortizzare i colpi sul piano economico o non ha avuto a disposizione sufficienti strumenti di analisi ed interpretazione.

"Resistenze" alla transizione digitale

La pandemia ha alimentato l’uso della rete internet, ma non mancano dubbi e resistenze sulla transizione digitale. L’uso «emergenziale» della rete non sembra cioè aver definitivamente «traghettato» nell’opinione pubblica italiana l’importanza di una reale transizione digitale in tutti i settori di offerta pubblica. Sinteticamente, al voto elettronico, il 32,3% dei cittadini è solo parzialmente d’accordo e il 34,2% non ne vuole sentire parlare. Solo il 41% degli italiani sarebbe felice di vedere apposti sensori digitali in città al fine di aumentare la sicurezza urbana. Il 37,3% li accoglierebbe tiepidamente e con riserve mentre il 21,1% è decisamente contrario. Maggiori aperture si registrano verso una sanità che utilizza a pieno le nuove tecnologie (fascicolo sanitario elettronico, telemedicina, ricette online, teleconsulti, ecc.): solo il 14,5% degli intervisti dichiara di non gradirla affatto.
Anche le previsioni sul futuro incorporano molte le «posizioni «conservative». Con buona pace delle tematiche ambientali, il 41,3% degli intervistati sono convinti che l’editoria online soppianterà affatto la carta stampata e il 43,8% pensano che continueremo a muoverci in auto per fare la spesa settimanale piuttosto che ricorrere a sistemi di acquisto online con trasporto della merce a domicilio.

E’ certamente noto a tutti che la digitalizzazione dei processi è il vero driver del cambiamento, ma forse è proprio per questo che ci sono delle resistenze. In parte ciò si lega alla debolezza delle competenze digitali di quote importanti di cittadini. Ci sono sicuramente delle resistenze per ciò che concerne i dati, la privacy, la tracciabilità dei comportamenti, ecc. Ma è anche probabile che il rapporto con i servizi pubblici nel nostro Paese non si sia ancora strutturato intorno ad un «circuito virtuoso di dare-avere», dove ogni soggetto coinvolto deve fare la propria parte.
Ma non sono solo i servizi pubblici ad incontrare delle resistenze nel loro percorso di digitalizzazione. La gran parte degli italiani, ad esempio, non crede che l’editoria tradizionale verrà soppiantata dai media digitali. Alla stessa stregua, la maggior parte degli intervistati non concorda che sia poco razionale muoversi ogni week-end con un’auto per fare la spesa settimanale in un supermercato, visto che esiste la possibilità di rifornirsi di prodotti davanti ad un pc con pochi click su una tastiera o attraverso l’uso di uno smartphone. Qualsiasi buona ragione basata sulla sensibilità ambientale, o semplicemente sulla comodità o la razionalizzazione del tempo a disposizione si scontra con abitudini consolidate che solo una minoranza sembra ben contenta di modificare grazie alle tecnologie digitali.
Molto diverse opinioni in tema di smartworking. In questo caso la maggioranza degli italiani sono pronti a criticare le aziende o le organizzazioni che non si dimostrano pronte nel progettarlo e nell’adottarlo nei loro schemi operativi. In modo particolare questo vale per la popolazione più istruita. Solo il 14,6% dei laureati, ad esempio, non se la sente di tacciare di obsolescenza e incapacità di cogliere le nuove opportunità per le organizzazioni che non decidono di adottarlo.

Il lavoro da remoto

Un discorso a parte merita il lavoro da remoto: in questo caso sono una stretta minoranza (18,1%) gli italiani che non si mostrano critici verso le aziende o le organizzazioni che non intendono adottare lo smartworking nei loro schemi operativi. In modo particolare questo vale per la popolazione più istruita, dove la percentuale dei contrari scende al 14,6%.
Scendendo invece nel dettaglio, la resistenza maggiore si riscontra con riferimento ai servizi della PA, dove il 35% degli italiani dichiara di non vedere di buon occhio una transizione completa e definitiva verso l’allestimento di «sportelli online» in sostituzione di quelli tradizionali ad accesso fisico e con operatori in «carne e ossa».
Percentuali simili si registrano con riferimento alla diffidenza verso il voto digitale: il 34,2% dei cittadini è totalmente contrario alla sua introduzione, il 32,3% si dice «parzialmente d’accordo» e il 33,5% accoglierebbe con favore questa soluzione. Le perplessità di quote così elevate di cittadini, considerando che la domanda è stata posta in un momento molto particolare della vita del Paese, in un contesto dove i rischi di contagio di una consultazione elettorale si sono sommati alle tradizionali perplessità riguardo i costi delle elezioni e le chiusure temporanee delle scuole per consentirne l’espletamento, destano qualche stupore. Sembra difficile che queste resistenze si possano attribuire agli eventuali rischi per il mantenimento dei diritti costituzionali (segretezza e libertà del voto). Più probabile che - come nel caso precedente - la gran parte dei dinieghi sia riconducibile alla prospettiva del trasferimento in rete di abitudini consolidate, nel caso del voto un vero e proprio rito collettivo.

Anche l’offerta culturale e di intrattenimento, secondo il 26,2% degli italiani, non necessita di essere resa maggiormente disponibile in rete.
Addirittura il tema della sicurezza urbana, sicuramente migliorabile attraverso sistemi di monitoraggio basati sulle nuove tecnologie (si pensi al controllo del traffico, dei comportamenti scorretti alla guida o in altri ambiti comportamentali) non convince più di un quinto degli italiani. I due settori di intervento dove le resistenze sono minori sono i due «pilastri» del welfare nazionale: la scuola e la sanità. In questi casi i «resistenti» si riducono infatti al 16,6% e al 14,5% rispettivamente. In conclusione, si può sostenere che la domanda di cambiamento nei servizi di interesse collettivo non è così ampia e univocamente orientata come si potrebbe pensare. Ai veri e propri «resistenti» si aggiungono infatti le quote decisamente considerevoli di quelle persone che si dicono «d’accordo ma solo in parte» con le proposte di digitalizzazione sottoposte alla loro attenzione, oscillanti tra il 30% e il 40% del totale.

Ritorno alla normalità

Il ritorno alla normalità, ossia ai livelli e agli stili di vita di prima della pandemia, non sembra proprio a portata di mano. Anzi. Per la maggior parte degli italiani ci vorrà ben più di un anno. E c'è anche - tra il 5% e il 15% degli interpellati - chi ritiene addirittura che non si tornerà più alla situazione precedente. Dal Rapporto emerge che in materia di sanità, solo il 26,6% dei cittadini sono convinti che entro un anno avremo possibilità di accedere a test diagnostici ed interventi chirurgici senza doverli rinviare a causa del Covid. La maggioranza degli intervistati (58,1%) ritiene invece che ci vorrà molto più tempo.
Molti di meno i «pessimisti» riguardo i comportamenti di consumo: «solo» il 36,6% degli italiani è convinto che continueremo a lungo ad utilizzare mascherine e distanziamento. A questi si aggiungono però tutti coloro che ritengono che queste precauzioni entreranno a far parte stabilmente della nostra vita (7,1%).
Con riferimento alla scuola e all’università i due terzi (67,2%) degli intervistati ritengono che ci vorrà meno di un anno e sono dunque ottimisti in merito al prossimo anno scolastico e alla possibilità di organizzare lezioni in presenza. Il 27,2% ritiene invece che occorrerà molto più tempo, ipotizzando dunque una situazione ancora complessa per la ripresa dell’anno scolastico 2021-2022. Infine, una quota residuale del 5,5%, ma consistente se rapportata ai valori assoluti dell’universo rappresentato dal campione (2,8 milioni di cittadini maggiorenni) ritiene che non si tornerà più alla situazione pre-pandemica.
Valutazioni nel complesso non dissimili anche se con previsioni leggermente più pessimiste riguardano il tema degli spostamenti sul territorio e l’acquisto di beni e servizi.

Percentuali non molto dissimili si rilevano con riguardo invece alle famiglie che tali attività non le hanno definitivamente annullate, ma modificate, rimodulando i loro progetti o quelli individuali dei loro componenti. Particolarmente significativo il cambiamento di obiettivi nell’area «formazione» e dell’area «lavoro», con percentuali rispettivamente del 27,7% e del 24,6%.
Infine, particolarmente interessante l’esistenza di un segmento, sia pure minoritario, di famiglie che hanno sviluppato progetti di cambiamento proprio a causa dell’insorgenza dell’emergenza sanitaria.
Il 19%, ad esempio, ha messo in cantiere un trasferimento di residenza, probabilmente dando seguito all’esigenza di disporre di un’abitazione con caratteristiche diverse e più adatte alle nuove condizioni di vita determinate dallo smartworking e dalla didattica a distanza.

Le aspettative deluse

Ad esempio, il 65,0% delle famiglie ha dovuto rivedere le proprie scelte di investimento immobiliare. Si scende al 54,2% per chi aveva in animo di cambiare la propria residenza ed è dovuto tornare sui suoi passi. Il 56,3% di chi stava attivamente cercando un lavoro ha smesso di farlo o ha cambiato la direzione delle sue ricerche. Si tratta, spiega il Rapporto, di tanta «energia compressa» che potrà essere dispiegata solo con l’uscita dalla pandemia.
Entrando nel dettaglio, dal Rapporto si evince che in alcuni casi specifici l’insorgere della pandemia ha generato una progettualità nuova, sostanzialmente di tipo adattativo. La rinuncia definitiva ad un progetto precedentemente messo in cantiere coinvolge il 15% delle famiglie, se si considera quelle che hanno rinunciato ad un investimento finanziario che avevano messo in cantiere. Si sale fino al 16,1% per quanto concerne i nuclei che hanno rinunciato all’acquisto di un immobile. Percentuali analoghe riguardano la rinuncia ai trasferimenti di residenza (13,8%), alla ricerca attiva di un’occupazione da parte di almeno un membro della famiglia (13,6%), ad un cambio di attività lavorativa che era stato precedentemente pianificato (16,6%).

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