Martedì, 31 Gennaio 2023
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IL GRAN RIFIUTO

Ratzinger, le dimissioni in latino di Papa Benedetto e il "precedente" di Celestino V

Un annuncio clamoroso, dato dal chiuso di un concistoro. E in latino. Fu Benedetto XVI stesso, l’11 febbraio 2013, a comunicare ai «fratres carissimi» presenti in sala e, con essi, al mondo intero, «una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa», quella delle dimissioni. «Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum», ovvero: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

«Sono ben consapevole - continuò Ratzinger, sempre in latino - che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di vescovo di Roma, successore di San Pietro, a me affidato per mano dei cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20:00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

«Carissimi fratelli - concluse - vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinchè assista con la sua bontà materna i padri cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».

Ma cosa accadde l’altra volta, con Pietro da Morone? Celestino V, che fece il gran rifiuto più di sette secoli fa, passò gli ultimi dieci mesi di vita nel castello di Fumone, paese dell’alta Ciociaria che aveva il pregio di essere sotto il controllo delle grandi famiglie cardinalizie dell’epoca, i Caetani e i Di Segni per primi. Celestino, si sa, morì in disgrazia e la rocca di Fumone, a parte il pessimo clima invernale, lo accolse di conseguenza: una cella che, secondo la tradizione, era talmente bassa da non permettergli nemmeno di alzarsi in piedi. Ancora adesso la si può visitare, con la cappella annessa che fu costruita nel Settecento.

Il 19 Maggio 1296 Celestino V, papa in cattività, muore intorno alle ore 16. Aveva 87 anni. Narrano le cronache di Tommaso da Sulmona che sta recitano il vespro, e il trapasso avviene mentre pronuncia l’esortazione «Ogni spirito di vivente lodi il Signore». Lo spirito di santità aleggia da tempo attorno alla sua persona.: «La morte, lui l’aveva già preannunciata ai suoi frati. Aveva infatti, un accesso sul fianco destro che lo faceva soffrire assai. Chiese che gli fosse somministrato l’estrema unzione e disse ai confratelli di lasciarlo riposare».

Non manca una manifestazione inspiegabile: nel momento della morte viene visto, nei pressi della cella, un globo luminoso di fuoco che, sospeso in aria, si trasforma in croce d’oro. Rimane visibile dalle ore sei fino al Vespro, poi scompare. Appare invece l’immagine del monaco eremita ad uno dei suoi accoliti più cari, Roberto di Salle, che pur si trova a chilometri di distanza.

Due giorni dopo, il funerale. Inutile dire che si svolge a Fumone lontano da Roma e dalla corte di Bonifacio VIII. Durante le esequie si registra la guarigione dalla tisi di un giovane frate e di un canonico. I due renderanno testimonianza nel corso del processo di canonizzazione, ma questo non riporterà la salma a Roma. Anzi, il corpo viene sepolto a Ferentino, nella Chiesa del Convento Celestino di S. Antonio: anche qui in Ciociaria, anche qui sotto l’occhio vigile delle nobili famiglie romane.

Non sarebbe bastato: la fama del monaco e le voci non controllabili sui portenti e sui miracoli dette la stura ad un vero e proprio flusso di pellegrini, pronti ad acclamare le virtù di quell'uomo che la vox populi indicava già come santo. A Roma Papa e curia si preoccuparono ed il 23 luglio 1296 Bonifacio ordinava ai vescovi di impedire nuove partenze per Fumone, Ferentino o anche per l’Aquila, dove Pietro da Morone aveva istituito la Perdonanza.

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