Giovedì, 24 Settembre 2020
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L'INTERVISTA

Dalla B col Messina al sogno di Italia '90, Schillaci rivive le notti magiche: "Il mio Mondiale l'ho vinto"

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Trent’anni fa il “picciotto” di Palermo, quel ragazzo col vizio del gol che i fantastici Mondiali del 1982 li aveva festeggiati «sul tetto di un bus», diventava l’uomo delle notti magiche, il simbolo di un’Italia unita da Nord a Sud che sfiorò il titolo in casa, lasciando lacrime e rimpianti sul prato del “San Paolo”. Totò Schillaci, icona azzurra e inaspettato bomber di quella rassegna iridata, riavvolge il nastro di un mese «in cui mi è cambiata la vita».

Il ragazzo diventato uomo a Messina e poi affermatosi alla Juventus, con gli occhi spiritati e sotto le note di Bennato e della Nannini, fu l’autentico trascinatore di una Nazionale che pagò a caro prezzo l’unico errore di un percorso quasi trionfale. Sei gol da... ultimo arrivato, un mese da Re Mida per lui che tramutava in gol ogni pallone che toccava. Saranno la testolina di Caniggia e l’uscita a vuoto di Zenga a spegnere il sogno suo e di un’intera nazione, ma quell’estate il ragazzo formatosi a Messina sotto l’ala di Franco Scoglio il suo Mondiale l’aveva già vinto.

«Totò merita i Mondiali»

Prima dell’avventura Mondiale, però, c’è la storia della 22ª maglia strappata in extremis da Totò. Il 31 marzo ’90 l’Italia gioca l’ultima amichevole prima della rassegna iridata. Si va in Svizzera. L’opinione pubblica esalta le doti di Schillaci, Vicini – convinto dal rendimento del bomber con la Juve – lo convoca anche perché la sua Nazionale, nonostante l’altissima qualità in attacco, fatica a trovare il gol. Vialli, Carnevale, Baggio, Serena e Mancini si alternano, ma si segna col contagocce. L’arrivo di Totò è decisivo: «Il debutto avvenne in Svizzera dopo un test-match giocato con l’Italia U21 in Inghilterra. Il tecnico Brighenti consegnò a Vicini una relazione positiva, così a Basilea mi giocai il tutto per tutto. Disputai una buonissima gara e sfiorai più volte il gol. Poi mi procurai una punizione che De Agostini trasformò in gol. Avevo sensazioni positive: l’ottima prestazione aveva convinto anche i più scettici che i Mondiali, dopo 21 gol in stagione con la Juve, li meritavo». In Figc arrivarono migliaia di cartoline («Vogliamo Totò Schillaci in Nazionale»), ma Vicini la sua scelta l’aveva già fatta a Basilea. «Non dimenticherò mai il giorno in cui lo seppi ufficialmente – ricorda Totò –. Al termine di un allenamento con la Juve Morini (l’allora ds, ndr) entra nello spogliatoio con una lista: «Convocati per i Mondiali: Tacconi, De Agostini e Marocchi». E va via. Mi crolla il mondo addosso, ci speravo. Poi Morini rientra: «Scusate, c’è anche Schillaci», sorride guardandomi.

La favola inizia contro l’Austria

«Trovarmi già solo in panchina quel giorno era un successo per me. Sulle spalle avevo la “19” e quel numero mi portò fortuna: era lo stesso del civico di casa dei miei, a Palermo, in via della Sfera, dove sognavo un giorno di fare il calciatore. La partita la facemmo noi, Vialli e Carnevale fallirono più volte il vantaggio. Egoisticamente il risultato… mi stava bene, perché l’attaccante che sta inizialmente fuori spera sempre che si possa avere bisogno di lui. E lo 0-0 mi spingeva a pensare che potesse toccare a me. Una sensazione che trovò conferma nel finale. Quando a un certo punto Vicini si girò verso di me e disse: “Riscaldati, entra e fai gol”. Non pensavo di essere io il prescelto. Così ribattei: “Mister, io?”. E lui: “Sì, Totò”. Mi alzai, non capii niente. Vedevo tutta quella gente e sentivo la responsabilità: mi tremavano le gambe e da buon credente pregai nel mio intimo durante il riscaldamento. Arrivò il momento: mi tolsi la tuta e ad uscire fu Andrea Carnevale. Passò poco e mi ritrovai a esultare in un “Olimpico” impazzito di gioia». Totò ricorda bene l'azione del gol: «Donadoni trovò un buon corridoio per Vialli sulla destra; Luca difese la palla e poi col destro la crossò al centro dell'area. Ero il più piccolo in mezzo a due giganti austriaci, impensabile che potessi fare gol. E invece la palla mi arrivò proprio sulla testa e d’istinto la girai in porta». Lindenberger intuì senza arrivarci, la grande storia di Totò a Italia ’90 era appena iniziata. «La mia vita era cambiata, adesso il ct mi guardava con occhi diversi. Ma sapevo che sarei tornato in panchina. E contro gli Stati Uniti fu così. Poi la terza giocai dall’inizio, segnai il mio secondo gol e non uscì più».

Il “mago” Tacconi

Con la Cecoslovacchia la coppia d’attacco è ribaltata: fuori Vialli e Carnevale, giocano Baggio e Schillaci: «Qualsiasi cosa toccavo in quei giorni si trasformava in oro. Ed è curioso che il mio secondo gol sia arrivato ancora di testa: meno male che Gianni Brera diceva che di testa non ero bravo!». Partono... le immagini: «Giannini prova il sinistro al volo, ma la conclusione si trasforma in assist per me che dall’area piccola incorno sotto la traversa». Quindi la corsa impazzita verso la panchina: «Tacconi, un fratello maggiore per me, aveva previsto tutto: «Segni ancora di testa”, mi aveva detto. E allora mi sembrava doveroso andare a festeggiare con lui. Sapeva coccolarmi». L’Italia passa il girone a punteggio pieno, le attenzioni su Totò si moltiplicano: «A Marino non cercavano più solo i “senatori”, la stampa mondiale adesso voleva Totò. Mi sembrava di sognare, era sempre più il mio Mondiale e in tutti noi c’era la consapevolezza di poter alzare al cielo la Coppa. L’entusiasmo era incredibile, la gente ci dava una carica pazzesca. Un fiume di persone ci accompagnava nel tragitto in pullman verso l’Olimpico, si arrivava alla partita con l’adrenalina a mille».

«Il mio gol più bello alla Celeste»

È l’Uruguay a contendere agli azzurri un posto nei quarti: «Contro la Celeste il mio gol più bello in azzurro. Di sinistro, che non era propriamente il mio piede, un gesto d’istinto a sfruttare un passaggio di Serena bruciando sul tempo i difensori uruguaiani. La palla s’impennò prima d’insaccarsi alle spalle di Alvez. Il raddoppio di Aldo significò qualificazione tra le migliori 8 del mondo, eravamo gasatissimi».

Azeglio Vicini si coccolava il suo last-bomber: «Totò non si è ancora meritato un monumento, ma è sulla buona strada…». Altro ostacolo, l’Eire: «Tra tutti il gol più difficile – aggiunge Totò –. Ero defilato sulla sinistra, raccolsi una respinta del portiere e col piattone destro la misi sul palo più lontano. Più difficile di quanto dicano le immagini. E che festa negli spogliatoi, eravamo in semifinale!».

«Dovevamo restare a Roma»

Il destino, però, volle che a Napoli gli azzurri sfidassero l’Argentina di Diego Maradona che sotto il Vesuvio era un Dio fresco di secondo scudetto regalato al popolo partenopeo. «Per me si doveva evitare che la sfida si giocasse proprio nella casa di Diego – sottolinea Schillaci –. Avrei preferito a Napoli un incontro della prima fase, ma Roma ci aveva portato fortuna e quel calore unico ci aveva spinto fino in semifinale. Quella sera a Napoli, invece, si respirava una strana atmosfera. I napoletani tifavano per noi, ma in fondo è come se volessero anche che Diego non perdesse. Un incrocio maledetto che, però, era cominciato bene per noi». Già: il sombrero di Giannini, la parata di Goycoechea su Vialli – schierato a sorpresa dal 1’ in luogo di Baggio – e il gol, il quinto, di Schillaci: «In piena mischia mi ritrovai a ribattere in rete la respinta del portiere. Fu un gol goffo, segnai con la tibia. Giannini fu il primo a festeggiarmi: “Aò, Totò. Che culo che c’hai…”. Sembrava l’inizio di un’altra fantastica serata, invece nella ripresa…». L’Italia arretra, l’Argentina prende campo, poi… la “frittata”: Un cross innocuo, Caniggia che di spalle, tra Ferri e Zenga, sfiora il pallone con la nuca, il portiere che non la prende. Uno a uno. «L’Argentina, in 10 (espulso Giusti), ha poi pensato a distruggere il nostro gioco, puntando solo a supplementari a rigori. Ci abbiamo provato in mille modi, sfiorando il gol con Baggio. Purtroppo andammo ai rigori». Il penalty non calciato da Totò fece scalpore: «Potevo mai dire di no, in quello stato di forma, se fossi stato bene? Purtroppo arrivai stanco e con un principio di stiramento all’inguine. Era più giusto che a calciare fossero compagni che stavano meglio. Andò male, fu una mazzata per tutti. Ricordo che restai seduto un’ora in silenzio nello spogliatoio, mi veniva da piangere».

Il titolo... di consolazione

Totò si consolò con la classifica dei cannonieri: sesto sigillo a Bari: «Mi procurai il rigore contro l’Inghilterra, Baggio si avvicinò e mi diede il pallone: “Tira tu”. Spiazzai Shilton: la vittoria ci permise quantomeno di arrivare terzi. Furono festeggiamenti amari, quella Nazionale era così forte che avrebbe meritato il titolo Mondiale». Totò a distanza di 30 anniè felice anche senza Coppa: «Quei gol mi diedero fama, successo e soldi. Sono sempre rimasto il ragazzo di sempre, non mi sono mai montato la testa. Sono cresciuto povero sognando ciò che poi si è avverato. Io il mio Mondiale l’ho vinto».

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