Giovedì, 30 Giugno 2022
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"The Gilded Age": ma è fine Ottocento a New York oppure sono i giorni nostri?

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Protagoniste. Marian (Louisa Jacobson), Peggy (Denée Benton)

Agli amanti delle serie in costume che dopo aver visto le 8 puntate “Bridgerton 2” hanno una crisi di astinenza, consigliamo di proseguire la cura di mantenimento con “The Gilded Age”, serie a lento rilascio sul canale dedicato di Sky. Certo, non è proprio la stessa cosa, ma fa curriculum per la cinematografia retrò. Le due serie infatti, non sono paragonabili, perché si tratta di due prodotti diversi se non proprio nei temi quantomeno nella confezione. Tanto sfolgorante e luminosa è la prima, quanto nella penombra si svolge la vita della piccola New York in “The Gilded Age” (dove è così chiamato il decennio degli anni 80 del 1800), dove tutto gira nella contrapposizione fra la vecchia società e il nuovo che avanza, che si consuma in poche, elette strade di Manhattan.

Ed è proprio questa la caratteristica più interessante della serie, nata dall’ideatore di “Downtown Abbey” che, per continuità di argomento, dedica gran parte della narrazione anche alla posizione dei domestici impegnati nel mandare avanti dimore sontuose che rispecchiano i loro abitanti nei gusti e nelle abitudini. “The Gilded Age” fornisce un interessante spaccato sociale che mostra una serie di famiglie di antico retaggio, vissute sui fasti terrieri, che, tuttavia, non si avvedono del vento di cambiamento economico e industriale, e sono tese a preservare i loro privilegi, la austera concezione delle loro abitudini e riti. Un comportamento che si riflette nell’ostilità verso quella borghesia economica che si sta facendo strada nella costruzione del paese con speculazioni di vario genere e che tenta la scalata sociale con ogni mezzo per accreditarsi nell’alta società, facendo anche leva sulla beneficenza e su ricche donazioni.

“The Gilded Age”, attraverso la misteriosa figura di Peggy Scott, tiene in conto anche quella borghesia afroamericana che si è riscattata dallo schiavismo post guerra di secessione guadagnandosi un’affermazione economica e mira ad un riscatto culturale, ma non ha ancora conquistato la parità di diritti. La lotta “di classe”, sia che la si guardi dalla parte dei vecchi che dei nuovi ricchi, svela però pregiudizi e convenzioni che, in maniera e misura diversa, appartengono ad ambedue i ceti sociali. Spicca, sopra tutte, la necessità di procacciare alle giovani donne un conveniente matrimonio, che non necessariamente contempli i sentimenti ma che le ponga all’apice della scala sociale e assicuri un avvenire stabile e ricco.

Insomma, passano gli anni, ma la storia si ripete anche a latitudini diverse, perché, fatte le dovute proporzioni, alla fine, anche nella nostra contemporaneità, spesso assistiamo a identici fenomeni.

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