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Wanna su Netflix: la storia della Marchi, lo spaccato di un’epoca

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Wanna. Con la doppia V. Un marchio di fabbrica per la Marchi, il cui nome all’anagrafe era stato registrato con una sola V, ma che nel corso della vita ne aggiunse un’altra forse per rafforzare una personalità già imponente o per ammantarsi di specialità davanti al suo pubblico di casalinghe. Alla più famosa televenditrice d’Italia e alla figlia Stefania Nobile, Netflix dedica una docuserie in quattro puntate, che rappresenta un vero e proprio gioiello per svariati motivi. Gli autori della serie, ideata dal giornalista reggino Gabriele Parpiglia, creata insieme con Alessandro Garramone e diretta da Nicola Prosatore, mettono insieme filmati di repertorio, interviste, spaccati del processo che le vide imputate di vari reati, lasciando a Stefano Zurlo, già autore di un libro che racconta le vicende della Marchi, il compito di tenere il filo della storia. Il primo pregio dell’operazione di Netflix è quello di dare conto di un contesto storico-televisivo e di calarsi nella realtà delle prime tv libere e del fenomeno delle televendite, raccontandolo anche attraverso la voce dei protagonisti di quel periodo. Lo spaccato di un’epoca e di una tv che, dopo la condanna della Marchi ha subito un netto ridimensionamento. Con un montaggio rapido e una capacità di sintesi che tiene il telespettatore incollato alla tv, gli autori fanno di “Wanna”, molto più di un documentario, non fermandosi alla superficie del già noto, ma dando una collocazione ben precisa a molti personaggi – sconosciuti al grande pubblico – e la cui presenza fu determinante nel corso della vicenda imprenditoriale della Marchi. Non solo, quindi il “mago” Do Nascimento, ma altri veri e propri protagonisti, come il marchese Capra De Carrè che per un periodo finanziò le attività della televenditrice e Milvia Magliano e il suo passato di vicinanza a esponenti della camorra, che avrebbero meritato delle puntate singole a loro interamente dedicate e che fanno assumere al documentario quasi la forma di un vero e proprio racconto giallo. E proprio nella varietà delle corde toccate dall’operazione di Netflix, che va in profondità ricordando i retroscena della inchiesta con la quale Striscia la Notizia diede impulso anche alla vicenda giudiziaria, il racconto si tinge ora di tristezza quando si ascoltano le voci di alcune delle vittime delle truffe televisive, ora di considerazioni sull’etica e la morale. Ma il valore principale del docufilm è quello di evitare una qualsiasi forma di riabilitazione della Marchi e della Nobile, lasciando che nelle lunghe interviste le loro dichiarazioni inequivocabili confermino la mancanza di ogni segno di pentimento o la minima resipiscenza sul loro comportamento.

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