
Diciamo subito che l’idea di fare una trasmissione a bordo di una barca che naviga sul Tevere non è originalissima, visto che «Roma Santa e dannata», il documentario di Roberto D’Agostino e Marco Giusti, presentava lo stesso scenario. L’intenzione di Piero Chiambretti, che è tornato su Raitre con «Fin che la barca va», però, non è quella di raccontare il “lato dark” della città eterna, ma proprio quella di utilizzare la metafora della navigazione per capire «dove stiamo andando».
Per Chiambretti è una sorta di ritorno alle origini, poco meno di 30 minuti, un unico ospite intervistato mentre la barca scivola nel panorama notturno romano, un pubblico limitato e più che altro scenografico, un breve inserto dedicato a interviste all’uomo della strada.
Le interviste di Chiambretti sono sempre correlate all’attualità e agli ospiti di turno, che sono noti esponenti del mondo politico e culturale, le domande brevi, spesso nel solco della sua ironia ma sempre pertinenti, le risposte dei suoi interlocutori altrettanto puntuali. Tutto ciò, però, non è sufficiente per guardare al programma con lo stesso entusiasmo con il quale, anni addietro, erano stati accolti altri suoi esperimenti, ma ciò non necessariamente è una critica negativa, perché Chiambretti non è l’unico che ripete i suoi modelli e li adatta alle circostanze come la maggior parte di coloro che sono habitué della nostra televisione e che, comunque, non sono condannati a replicare le innovazioni, ma semmai ad affinarle.
«Fin che la barca va», infatti, non è un esperimento ma la riproposizione delle note caratteristiche chiambrettiane fatte in “umido” piuttosto che in modalità “postale” come era avvenuto per esempio con il «Portalettere», e la riprova di ciò si è avuta quando, per l’impossibilità di navigare, l’incontro con l’ospite si è svolto su un ponte.
Per tirare le somme, alla fine il programma di Chiambretti ha i suoi piccoli pregi, è breve e contenuto, offre uno spaccato del pensiero di interlocutori qualificati su temi di largo interesse e attualità, non ha la “pesantezza” di analoghe trasmissioni che pretendono di rivelare “il verbo”, Chiambretti mostra un’ironia più matura e consapevole e anche la collocazione in access prime time rappresenta una alternativa ai tg prima che si entri nel vivo della serata di intrattenimento. Unica vera pecca, il logo della trasmissione con Chiambretti in tenuta da capitano, molto simile al marchio di un tonno in scatola o di prodotti surgelati e questa sovrapposizione di immagine potrebbe essere la vera metafora.
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