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Carlo Verdone: i ricordi? Curano, risanano

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«Tutto parte da un fascio di fotografie che richiamano aneddoti. Io vivo di ricordi, perché sono l'unica prova che ho vissuto e che non sono solo esistito. Il ricordo è sempre un conforto, una certezza, l'illusione di una vita che continua. Stavolta ho scelto momenti di grande poesia, e sana comicità, che potessero essere una carezza di conforto in questo frangente così complicato che stiamo attraversando». Con queste parole Carlo Verdone (Roma, 1950) – attore, regista, sceneggiatore, scrittore, che ha vinto 9 David di Donatello, 8 Nastri d’Argento e 3 Globi d’Oro oltre a numerosi riconoscimenti, in Italia e all’estero, ed è amatissimo dal pubblico – racconta la genesi della sua autobiografia, “La carezza della memoria” (Bompiani) che è subito balzata in cima alla classifica. Dai ricordi paterni ad un viaggio a Praga, dalle bische ai momenti con i figli Giulia e Diego, i ricordi di Massimo Troisi e Francesco Nuti e ancora, la passione per la fotografia che cadenza tutta la narrazione. E fra qualche mese sarà il grande protagonista anche sul piccolo schermo con “Vita da Carlo”, la serie tv prodotta da Aurelio e Luigi De Laurentiis con Filmauro, in onda su Amazon Prime Video: «Saremo presto sul set, entro il prossimo Natale dovrebbe andare in onda».

Com’è nato “La carezza della memoria”?

«In modo fortuito. Dovevo sistemare uno scatolone pieno di foto e ritagli, sfruttando il tempo del lockdown. Ma scivolò e cadde per terra, rovesciando tutto ciò che conteneva. Ebbene, molti degli oggetti che vi erano riposti avevano una storia che meritava d’essere narrata, coprendo un arco di tempo molto vasto: da scatti della guerra del 15-18 con mio nonno sino al 2012».

Perché l’ha scritto?

«Attraverso la contemplazione di ciò che è stato nel passato cercavo un rasserenamento, operando una scelta molto precisa, ovvero intendevo raccontare solo oggetti e scatti con una forte carica poetica. E fra le pagine c’è spazio anche per il racconto di alcuni dei miei più celebri personaggi con momenti di grande ironia. Mi sono reso conto che racconto un mondo di persone buone, e scrivendolo mi sono rasserenato. Spero che possa valere anche per il lettore».

Non a caso il suo libro è in testa alle classifiche…

«Se fossi stato un furbastro, visto il successo del 2012 con “La casa sopra i portici” avrei dovuto pubblicarne un altro a stretto giro. Invece sono passati nove anni. Questo libro nasce da un sincero impeto: nel momento in cui ho sentito che avevo davvero qualcosa da raccontare, partendo dal cuore. Mi sono aperto al pubblico nella maniera più onesta e sincera possibile. Se il lettore vuole capire chi sia veramente Carlo Verdone, dai film può trarre l’umore e ciò che mi ispira, ma chi sono davvero, nel mio intimo, si scorge solo fra le pagine».

Alterna poesia e comicità, come quando racconta l’aneddoto e le disavventure di suo padre al volante. Come andarono le cose?

«Ricordo tutto perfettamente, nonostante fossi piccolino. La nostalgia non deve farci paura perché erano tempi molto più dignitosi, i nostri rapporti interpersonali erano più delicati. Vede, mio padre era una grande intellettuale ma faceva una gran fatica con la tecnologia. Aveva un autista ma si intestardì e prese la patente in età adulta. Ricordo quel giorno che uscimmo in auto insieme e avemmo un incidente…».

Le mancano quei momenti?

«Tanto. Ormai sono grande, sono padre di due figli adulti. Mi manca quel tempo in cui c’era meno cattiveria fra le persone. Si ascoltava e si veniva ascoltati mentre oggi è tutto più nevrotico, la gente è scontenta, smarrita per via del Covid. È un periodo molto tormentato».

Nelle prime pagine lei racconta l’esperienza del lockdown. Dal momento in cui l’ha scritto sono passati mesi eppure viviamo ancora questo tempo sospeso. Roma come se la passa?

«Una città che sa di non essere più guardata, senza gente che cammina con le strade deserte appena scende il buio. C’è una grande malinconia…».

Cinema e teatri chiusi. Che ne pensa?

«È un disastro ma vale anche per l’industria e i piccoli artigiani. D’altra parte, abbiamo superato quota centomila morti ma il cinema prima o poi riaprirà anche se penso che ci vorrà almeno un altro anno».

Nel libro lei racconta la passione per la fotografia. Come nacque?

«Merito di mio padre che aveva dei libri di un fotografo cecoslovacco, Karel Plicka. La prima volta che le vidi mi colpirono molto. Era un fotografo tradizionale, capace di cercare dettagli e contrasti da grande artista. Quando andammo a Praga provammo ad incontrarlo senza riuscirvi, ma sul Ponte Carlo, nel 1973, questa passione sbocciò e iniziai a scattare in bianco e nero».

Al Museo Madre di Napoli ha esposto “Carlo Verdone – Nuvole e colori”. Come definirebbe quelle 42 foto?

«Cerco dettagli, non cartoline. Inoltre, non applico filtri o qualsiasi post-produzione con Photoshop. Le nuvole che fotografo sono un contrasto del mio lavoro da regista che mi porta continuamente a contatto con le facce degli attori e del pubblico e con diluvi di parole. Cosa sono le nuvole? Il silenzio, il tempo che scorre incontaminato, l’alternarsi delle stagioni, rifuggendo la banalità e andando a caccia di emozioni. Vede, il cielo è immortale, ci sarà sempre. E allora, fotografare nuvole, per me, è come una preghiera senza parole».

Lei racconta il tempo nelle bische a caccia di romani e personaggi da raccontare, fra bulli e cafoni che hanno ispirato alcuni celebri personaggi con racconti iperbolici. Oggi cosa la ispira?

«Non faccio più il caratterista, è passata quella fase artistica. Oggi invece scelgo l’idea e il tema del film, adattandomi al personaggio, modellandolo. Ma non solo. Oggi è decisamente più difficile andare alla ricerca di qualcuno che emerga dalla massa, c’è una grande omologazione. Sono tutti uguali: parlano allo stesso modo con il linguaggio dei social, si vestono con gli stessi look, indossano gli stessi colori e si tatuano le medesime cose. Oggi cercare l’originalità è più difficile, una sfida molto complicata».

© Riproduzione riservata

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