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Macaluso, anima inquieta dei "miglioristi" del Pci - FOTO

Fino a pochi giorni fa alle 9 del mattino Emanuele Macaluso aveva già letto tutti i giornali e si accingeva a scrivere il suo solito post su Facebook per commentare gli avvenimenti politici e sociali con la sigla Em.Ma, con cui anni prima firmava gli articoli per l’Unità. Questa sua curiosità per il mondo, e la convinzione che possa essere cambiato passo dopo passo dalla politica, sono le costanti di Macaluso, deceduto oggi a Roma a 96 anni, alla vigilia del centesimo anniversario del congresso di Livorno e della nascita del «suo» Pci. Il congresso della scissione che Macaluso, assieme a Giorgio Amendola, auspicò tra i primi che fosse superata in nome della ricostruzione di una grande forza socialista europea.

Macaluso nasce a Caltanissetta il 21 marzo 1924, l’unica provincia sicula dove le forze antifasciste erano attive. Giovanissimo, nel 1941 aderisce al Pci e alla clandestinità politica unisce quella con cui vive il proprio amore con Lina, una donna sposata con cui dopo la guerra va a vivere, finendo per questo motivo condannato a sei mesi di carcere per adulterio. Chiamato nel sindacato da Di Vittorio a 20 anni, diventa dirigente dei braccianti siciliani, e si impegna nelle lotte contro il latifondo e la mafia, due realtà collegate in quegli anni.

La Sicilia era stata già liberata ma le lotte erano durissime: il 16 settembre 1944 si recò per un comizio con Girolamo Li Causi a Villalba, venendo accolto a colpi di armi dagli uomini del boss locale. Premessa alla strage di Portella della Ginestra del 1947. Dal 1947 al 1956 fu segretario regionale della Cgil, per poi virare verso la militanza politica come dirigente del Pci, di cui divenne segretario regionale. A Macaluso si deve la cosiddetta «operazione Milazzo», vale a dire la nascita di una Giunta regionale sostenuta da sinistra e destra (l'Msi) a danno della Dc, sostenuta da Palmiro Togliatti, ma criticata a sinistra. Sta di fatto che quell'esperienza portò nel 1959 alla nascita della prima Giunta di centrosinistra in Italia, guidata dal socialista Salvatore Corallo. L’operazione rivela la concezione di Macaluso della politica, quella di far emergere le contraddizioni degli avversari, di costruire convergenze e raggiungere gli obiettivi anche a piccoli passi.

La filosofia dei «miglioristi» del Pci, di cui lui, Napolitano, Chiaromonte, Cervetti o Pellicani erano gli esponenti più noti, osteggiati dall’ala movimentista di Pietro Ingrao. Nel 1963 il salto a Roma, con Togliatti che lo chiama nella Direzione nazionale e lo incoraggia a scrivere. Rimarrà nella Direzione del Pci anche con i successori di Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer. Il 1963 è anche l’anno del suo ingresso in Parlamento, dove sedette per sette legislature fino al 1992, quando l’allora segretario regionale siciliano, Pietro Folena, lo «rottamò": una delle grandi amarezze di Macaluso. Nel frattempo c'era stata la svolta della Bolognina, nel 1989, e Macaluso aveva aderito al Pds di Occhetto. Oltre all’attività parlamentare Macaluso è stato un importante giornalista, dirigendo l’Unità dal 1982 al 1986 che svecchiò introducendo la satira di Fortebraccio, le vignette e rendendo il quotidiano un luogo di discussione. La passione per la scrittura lo condusse a continuare a scrivere dopo l'abbandono della politica attiva e a dirigere per qualche mese "Il Riformista» nel 2011 prima della chiusura. Un’ultima amarezza l’ha vissuta nel 2019, quando la proprietà della sua Unità finì in mano a Belpietro: «una vergogna e uno sfregio», disse.

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