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Operazione Propaggine: arrestato anche il sindaco di Cosoleto, Antonino Gioffrè

Tra gli arrestati in Calabria anche il sindaco di Cosoleto, Comune del Reggino, Antonino Gioffré. Gioffré è accusato di scambio elettorale politico-mafioso. In sostanza avrebbe favorito l’assunzione di un altro soggetto indagato.  Antonio Carzo, originario di Sinopoli (RC), indicato negli atti dell’operazione «Propaggine» come uno dei capi del «locale» di 'ndrangheta romano, sarebbe intervenuto personalmente, in occasione delle elezioni del 2018, in favore proprio di Antonino Gioffrè, 47 anni, sindaco di Cosoleto, arrestato stamane dai Carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria per voto di scambio. Gioffrè si trova da stamani agli arresti domiciliari. Antonio Carzo, detto «'Ntoni Scarpacotta», sarebbe stato, insieme con Vincenzo Alvaro, uno dei due «diarchi» che guidavano il clan 'ndranghetista romano.

Era guidata da una diarchia la 'ndrina 'locale' che operava a Roma da alcuni anni dopo avere ottenuto il 'via libera' dalla casa madre in Calabria. Questo quanto emerge dall’indagine della Dia e della Dda della Capitale, coordinata dai procuratori aggiunti Michele Prestipino e Ilaria Calò, che ha portato alla emissione di 43 misure cautelari. A capo della struttura criminale c'erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro (in passato assolto per prescrizione nell'operazione Cafè de Paris), entrambi appartenenti a storiche famiglie di 'ndrangheta originarie di Cosoleto, centro in provincia di Reggio Calabria. Le indagini hanno evidenziato come fino al settembre del 2015 non esistesse una 'locale' operante a Roma, anche se sul territorio cittadino c'erano numerosi soggetti appartenenti a famiglie e dediti ad attività illecite. Nell’estate del 2015 Carzo avrebbe ricevuto dall’organo collegiale posto al vertice dell’organizzazione unitaria (la Provincia e Crimine) l’autorizzazione per costituire un struttura locale che operava nel cuore di Roma secondo le tradizioni di 'ndrangheta: riti, linguaggi, tipologia di reati tipici della terra d’origine. Il gruppo operava su tutto il territorio romano con una gestione degli investimenti nel settore della ristorazione (locali, bar, ristoranti e supermercati) e nell’attività di riciclaggio di ingenti somme di denaro. Nei confronti degli indagati si contesta, tra gli altri, l’associazione mafiosa, cessione e detenzione di droga, estorsione e fittizia intestazione di beni.

Il legame tra la casa madre sinopolese e il ramo capitolino

Il legame tra la 'casa madre' sinopolese - sottolineano gli inquirenti - e la propaggine romana è stato sempre attivo e gestito con estrema cautela: le indagini hanno svelato che, secondo una strategia ben specifica, i due capi del locale di 'ndrangheta romani limitavano al minimo gli incontri di persona con i vertici calabresi, facendoli coincidere con eventi particolari, quali matrimoni o funerali, in occasione dei quali si sarebbero svolti incontri fugaci ma risolutivi; nei casi di estrema urgenza, poi, gli incontri sono stati concordati mediante l’intermediazione di 'messaggeri'. Alcuni dei destinatari della misura sono stati già condannati per l’appartenenza alla cosca Alvaro con sentenze passate in giudicato.
Sono state eseguite perquisizioni nelle abitazioni degli indagati per l’acquisizione del materiale di rilievo probatorio. Nel corso dell’attività di indagine, svolta dalla Direzione Investigativa Antimafia con il supporto della rete @ON finanziata dall’Unione Europea, è stato avviato un coordinamento investigativo fra le due Dda interessate. Il filone romano dell’inchiesta ha portato all’esecuzione ad un’ordinanza applicativa di misure cautelari nei confronti di 43 persone (38 in carcere e 5 agli arresti domiciliari).

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