Giovedì, 30 Giugno 2022
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Avvocati grazie a Falcone e Borsellino: "Noi, cinque giovani legali contro la mafia"

Il presidente è nato nel 1983, l’anno dopo Dalla Chiesa e quello in cui Palermo si ritrovò come Beirut, con la prima strage in pieno centro, vittime il consigliere istruttore Rocco Chinnici, il portiere e i carabinieri di scorta. Ma se Antonello Armetta oggi ha 38 anni e non c’era ancora il giorno dell’eccidio di via Pipitone Federico, altri quattro suoi (più) giovani colleghi sono nati nell’anno delle due stragi mafiose più recenti, che sconvolsero l’Italia.

Sono tutti e quattro avvocati che lavorano presso lo studio legale internazionale Giambrone & partners: Deborah D’Amico, Ilaria Ferruggia, Emanuele Marino e Carla Puleo. Per loro Capaci e via D’Amelio non sono luoghi geografici o nomi della toponomastica palermitana ma punti di partenza della loro vita professionale.

A ispirare le loro scelte di vita, infatti, è stata la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E ora che hanno (quasi) trent’anni, parlano di cosa abbia significato nascere pochi giorni prima (o qualche giorno dopo) attentati che fecero complessivamente undici morti, cinque a Capaci con Giovanni Falcone e sei in via D’Amelio, tra loro Paolo Borsellino. Nella cui scorta, in quel tremendo 19 luglio 1992, c’era Emanuela Loi, la prima donna a far parte di una scorta e anche la prima donna della polizia a cadere in servizio.

«La nostra generazione di studenti - dice il presidente Armetta - è stata una delle prime a confrontarsi con ciò che era accaduto a Palermo nel 1992. La scelta di Giurisprudenza, dell'avvocatura o della magistratura erano fortemente orientate dall'esempio, dal mito di uomini come Falcone, Borsellino e di tutte le vittime della mafia. Il diritto è stato per noi uno strumento, dunque, per fare la nostra parte in una guerra - che deve essere soprattutto culturale - che ci vedeva nostro malgrado coinvolti, e che comprendevamo avrebbe avuto una incidenza determinante sul nostro futuro».

Nella primavera-estate del ‘92 Antonello Armetta aveva 8 anni e ricorda tutto: «Oggi i tempi sono in parte cambiati, molto è stato fatto negli ultimi trent'anni, salvo poi accorgersi che la gran parte del dibattito è concentrata su una antimafia, troppo spesso di facciata, che non rende onore a chi ha dato la vita per combattere la criminalità e affermare i valori della legalità e del diritto, su cui l'avvocatura fonda la propria esistenza».

Emanuele Marino, civilista, è nato diciannove giorni prima della strage di Capaci: per lui, i nati del ’92 che lavorano nel campo della giurisprudenza, «per pura fatalità vivono il mestiere con un supplemento di emozione e responsabilità in più. Ma fin da piccolo - racconta - intorno a me vedevo piccole storture e mi chiedevo quali soluzioni avrei potuto adottare per porvi rimedio». Figlio di un carabiniere, nipote di poliziotto, per Emanuele era ovvio respirare aria di legalità in famiglia, «anche perché mio padre Francesco mi portava sempre alla caserma Bonsignore, dove lavorava». La sua decisione di iscriversi a Giurisprudenza parte da qui, dal voler tutelare la collettività. Poi precisa che «la moralità della legalità è stata il punto di forza degli insegnamenti della professoressa Raja, alla scuola media Marone: per me lei è stata un riferimento». Marino racconta che quel 23 maggio per i suoi familiari fu una giornata indimenticabile, «perché papà, nonno e zio ricordano minuto per minuto cosa avvenne all’ora dell’esplosione dell’ordigno: quel giorno è stato lo spartiacque storico del nostro tempo». Il giovane professionista parla anche dell’orgoglio di far lezione nelle stesse aule universitarie frequentate da Falcone e Borsellino. «Ho fatto un pensierino sul concorso in magistratura - confessa - perché il lavoro d’un pm è appassionante, hanno grandi poteri ma le indagini, da sole, non bastano senza un movimento culturale che faccia della legalità il suo vessillo».

Anche l’avvocato Carla Puleo è nata nel maggio 1992: sei giorni dopo la strage di Capaci. «Ho preso coscienza a scuola del filo sottile che legava il giorno del mio compleanno - dice - a quello della morte del giudice Falcone». Avvocato giuslavorista, anche lei è stata educata alla legalità sui banchi di scuola, dai gesuiti. Ex gonzaghina, dall’asilo al classico, Carla ha sempre partecipato a tutte le commemorazioni in memoria dei due magistrati. Ma è la visita all’aula bunker, quand’era una liceale, ad averla illuminata perché «da allora ho letto libri e guardato film e documentari sul maxiprocesso a Cosa nostra. Il mio senso civico mi è stato insegnato al Gonzaga ed è lì che ho capito che nel mio futuro poteva essere solo nella facoltà di Giurisprudenza». Anche lei, per un periodo, ha pensato di entrare in magistratura, poi però «l’idea del contatto con le persone e della difesa dei lavoratori nei rapporti con il datore di lavoro è diventata preponderante dopo il mio tirocinio al tribunale di Termini Imerese».

Deborah D’Amico, invece, è avvocato civilista ed è nata il 2 luglio 1992: diciassette giorni dopo, il giudice Borsellino e la sua scorta sarebbero morti nella strage di via D’Amelio. «Sono di Piazza Armerina come il commissario Boris Giuliano, assassinato da Leoluca Bagarella il 21 luglio del ‘79 - dice Deborah come biglietto da visita - e fin da bambina sono cresciuta a pane e legalità». Tant’è vero che, già dalla scuola media, partecipa al Premio Rocco Chinnici che da trentasette anni tramanda, attraverso gli studenti, il valore della legalità. «Anche il giudice Chinnici, l’ideatore del pool antimafia, fu ucciso in un attentato quindi, a ben guardare, sono cresciuta nel mito di questi uomini». Da Piazza Armerina all’Università di Palermo, la scelta per Deborah appare quasi scontata. «Falcone e Borsellino si sono formati e hanno studiato nel capoluogo - continua - e io volevo respirare la loro stessa aria. Ricordo che, quando la prima volta entrai in UniPa, nella mia mente, ho riprodotto la loro immagine alla mia età. Li ho pensati da studenti mentre parlano tra loro, come nella foto epocale scattata da Tony Gentile, che li ritrae insieme. Mi commuovo pensando anche alla profonda amicizia che li univa: in quegli scatti si percepisce che tra loro c’era un’alchimia particolare, un’intesa perfetta. La loro morte è stata la nascita della nostra ribellione civile».

L’avvocato civilista Ilaria Ferruggia, junior associate presso lo studio legale Giambrone, compirà trent’anni il prossimo 31 dicembre. «In calcio d’angolo, anch’io sono del ’92 - dice - e, crescendo, mi sono domandata cosa potessi fare per “aggiustare” quel che avevamo ereditato». Anche Ferruggia è stata educata alla legalità già sui banchi di scuola del Maria Adelaide (che ha frequentato dalle elementari al liceo classico), «una scuola che partecipa alla vita della città e che mi ha dato una formazione che ha inciso sulla mia scelta di futura studentessa di Giurisprudenza». Civilista di formazione, Ilaria ha compiuto pratica forense come penalista in uno studio «che difendeva le associazioni di categoria e le società cooperative che si ribellavano al pizzo. Ma la lotta all’illegalità appartiene a tutti e si può fare ogni giorno. Solo così la morte dei giudici Falcone e Borsellino e di tutti gli altri che hanno creduto nella sconfitta della mafia e nella rinascita della Sicilia, non sarà stata vana».

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