Domenica, 05 Febbraio 2023
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Cinquantasette giorni da fantasma, Paolo Borsellino e un testamento su una agenda rossa di sangue

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Cinquantasette giorni. Tanto è lunga la strada che separa e unisce Capaci a via D'Amelio. Cinquantasette passi in attesa dell'inevitabile, quasi due mesi camminati da "morto". Cinquantasette albe e tramonti a scrutare un orizzonte in fondo già finito con Giovanni Falcone. Un tempo lunghissimo, nel quale attaccamento e distacco hanno danzato nella vita del giudice Paolo Borsellino. In cui la famiglia è stata la corda a cui stringersi e insieme il legame da recidere.

Come si vive quando qualcuno ha deciso come e quando dovrai morire? Come si va avanti quando bisogna guardarsi le spalle? Come si incrociano gli occhi di chi stai per lasciare, come si spiega l'odio a chi ami, il coraggio a chi teme?

Era di giorno, quel giorno. Il 19 luglio 1992 alle 16.59 Palermo era ancora piena di una luce estiva, eppure l'oscurità si era già piazzata in strada, pronta a brillare. Era domenica, quel giorno. Era il giorno del Padre e della madre, di un comandamento da onorare ad ogni costo. Il vizio degli affetti che rende vulnerabile anche l'uomo più solido.

C'era famiglia dentro la casa di via D'Amelio. C'era famiglia dentro le auto della scorta, tra Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a farne parte e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina (l'unico sopravvissuto fu l'agente Antonino Vullo, che al momento dell'esplosione stava parcheggiando una delle auto). Ci fu famiglia ai funerali in Cattedrale. Una folla che si è scoperta unita e inferocita, che nessun cancello ha potuto trattenere, che nessuna sbarra ha saputo carcerare. E nemmeno del tutto liberare. C'è tutto un mondo umano intrinseco alla vicenda giudiziaria, ai depistaggi e ai lunghi processi inconducenti, alla vergogna di una verità nascosta sotto la sabbia, spiaggiata nella storia d'Italia.

Il messinese Nicola Catanese caposcorta di Borsellino: "Cambiai turno: salvo per un testa o croce"

Solitudine, paura. L'ha provata Rita Atria, la giovane testimone di giustizia "esiliata" a Roma che, proprio nel momento dell'ultimo saluto al suo santo protettore, ha scelto di lasciare la Terra lanciandosi nel vuoto. E insieme dedizione, condivisione, squadra e comunità. E sorte. Il caso imperscrutabile che lancia una moneta, non cade di testa e ti toglie di dosso la croce. Il caposcorta, il vice-sovrintendente di polizia Nicola Catanese decise così di cambiare turno all'ultimo minuto, per tornare a Messina, per fare una sorpresa a Sofia, la donna che sarebbe diventata sua moglie. La donna che senza saperlo, gli avrebbe salvato la vita.

Non c'è stato perdono per chi è rimasto in piedi, per chi non ha chinato la testa, per quelli incapaci di inginocchiarsi.
C'è stato un tempo che trent'anni dopo è diventato un'epoca. E un testamento, scritto su un'agenda, rossa di troppo sangue.

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