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Delitto via Poma, intercettazione shock riapre il caso sull'assassinio di Simonetta Cesaroni

Un'intercettazione, secondo quanto riporta repubblica.it, potrebbe portare al clamoroso colpo di scena 32 anni dopo l'assassinio di Simonetta Cesaroni. Le registrazioni in mano agli inquirenti dimostrerebbero che più di qualcuno sapeva che in quell'appertamento del terzo piano dell'edificio al civico 2 di via Poma c'era il corpo senza vita di Simonetta che venne poi rinvenuta dalla sorella e dal titolare della società per la quale lavorava. Le intercettazioni sono riportate in un documento di 32 pagine e a firmare il rapporto proposto dalla deputata Stefania Ascari, è stata la commissione Antimafia.

La conversazione rimasta sconosciuta fino ad oggi e risalente al 30 marzo 2008, potrebbe cambiare le carte in tavola del mistero romano. Per la Commissione “costituisce il definitivo suggello circa l’intervento, nell’appartamento teatro del delitto, di una o più persone, nei momenti o nelle ore successive alla consumazione del crimine”.

Le rivelazioni su Repubblica.it. “Nell’ufficio degli Ostelli c’è una persona deceduta”. Nell’intercettazione una donna dice di aver ricevuto il giorno del delitto “non una, ma più telefonate” da un uomo che diceva di chiamare “dagli ostelli”. E in una seconda telefonata, la voce al telefono fa espressa menzione della notizia “di una persona deceduta””. Ci sarebbe poi anche una terza telefonata.

Il portiere dello stabile di via Poma, Pietro Vanacore, «scoprì il cadavere» di Simonetta Cesaroni «ore prima dell’ufficiale ritrovamento del corpo». Vi fu un’attività «post delictum, intesa ad occultare il fatto omicidiario o quantomeno a differirne la scoperta, oppure persino ad attuare un qualche proposito di spostamento della salma dal luogo in cui fu poi rinvenuta». E’ quanto si legge nelle risultanze dell’attività di indagine e acquisizione documentale svolta nella scorsa legislatura dalla Commissione parlamentare antimafia sull'omicidio del 7 agosto del 1990.

Il documemento è stato approvato nelle sedute del 7 e del 13 settembre scorso e trasmesso ai magistrati della Capitale che indagano sull'omicidio avvenuto nella sede Associazione Italiana Alberghi della Gioventù (Aiag). Nell’atto si afferma, inoltre, che «resta ragionevole credere che l’omicida fu persona che aveva un notevole livello di dimestichezza con lo stabile, se non proprio con l’appartamento. Si deve essere trattato di persona che poteva contare su un rapporto di confidenza con la vittima o che era in grado di approfittare della fiducia di Simonetta o quantomeno, in via subordinata, di non indurla in sospetto o in allarme, trovandosi a tu per tu, in situazione di isolamento».

Per la Commissione "rimane estremamente probabile che l’omicida sia di gruppo sanguigno A, perché sarebbe altrimenti poco spiegabile che a tale gruppo sanguigno debbano essere ricondotte le macchie ematiche rinvenute su interno, esterno e maniglia della porta della stanza dove venne ritrovato il cadavere». Delle molte ipotesi «avanzate per spiegare questa risultanza degli esami sui reperti ematici, tutte comunque risultano conducenti nell’identificare il sangue repertato nell’appartamento come quello dell’omicida, magari anche frammisto a quello della vittima. Appare altamente probabile che l’aggressore si sia ferito nella colluttazione e nella ancor più feroce e violenta dinamica omicidiaria».

Tra i vari spunti che l’Antimafia offre agli inquirenti c'è anche quello legato al colpo al caveau del Tribunale di Roma nel luglio del 1999 compiuto, tra gli altri, dall’ex Nar Massimo Carminati. «Delle 900 cassette di sicurezza presenti nel caveau della banca ne vennero aperte soltanto 147, a riprova dell’interesse non tanto per i valori contenuti, ma per i documenti ivi conservati. Una delle cassette il cui contenuto fu sottratto era intestata proprio a Francesco Caracciolo di Sarno», ora deceduto ma all’epoca dei fatto presidente regionale degli Ostelli della Gioventù. Che tra i 147 soggetti «che furono oggetto mirato del furto del caveau a Piazzale Clodio, vi fosse, quale titolare di una cassetta di sicurezza, proprio Francesco Caracciolo di Sarno, è un fatto che, se da un lato rende utile tentare di accertare quale fosse il contenuto sottratto da Carminati, dall’altro, induce a ritenere che Caracciolo di Sarno avesse un ruolo di potere ed una riserva di influenza tutt'altro che trascurabili quando, nel 1990, fu perpetrato il tragico delitto di Simonetta Cesaroni».

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