Mercoledì, 23 Giugno 2021
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Nadia Terranova: "Il mio 2020 di libertà. Di scrivere e sperimentare"

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È come il suo Stretto, Nadia Terranova: inesauribile. E nell’anno in cui tutto si ferma, e soprattutto per il mondo della cultura e delle lettere tutto sembra più difficile, lei – finalista allo Strega 2019, una delle autrici di maggior rilievo di oggi – firma tre libri, molto diversi tra loro e assai speciali, e dirige una rivista letteraria di carta. Perché quello che le interessa, da sempre, è seguire il filo mai interrotto delle scritture e delle idee, i progetti, le magnifiche ossessioni che valicano gli anni e le stagioni, e possono anche essere un formidabile antidoto al tempo malato e sospeso che stiamo vivendo.

Nadia della letteratura, che riunisce – ed è la prima volta – racconti sparsi in una raccolta, Come una storia d’amore (Giulio Perrone), dove tornano alcune delle cose più feconde del suo mondo narrativo: i luoghi e la loro forza; l’appartenenza, che è una cosa che si può scegliere o subire, o anche tutte e due; quello che ci cambia; i fantasmi che ci abitano. Una dichiarazione d’amore per una città “altra”, Roma, fatta da una “strettese” purissima, che pure continua a interrogare il modo misterioso in cui siamo i luoghi che scegliamo, e pure quelli che a un certo punto ci scelgono.
Nadia dei libri illustrati, che si dicono “per bambini” (è anche un’esperta di letteratura per l’infanzia), ma in realtà sono per chiunque ami quella sincronia ineffabile fra le immagini e le parole, e per giunta stavolta al fianco di uno dei più grandi illustratori del nostro tempo, Lorenzo Mattotti. Insieme, a cogliere il sorriso sfuggente del “ragazzaccio” Aladino (Orecchio Acerbo), a far esplodere i colori della favola conservandone quella sottile linea d’inquietudine. È una favola del desiderio e della trasformazione, quella di Aladino, e Nadia la riscrive esaltandone la potenza, moltiplicata dalla tavolozza di Mattotti, dal suo colore che si fa forma e linea mantenendo il mistero, la grana della nube.
E ancora Nadia dei mai dimenticati studi filosofici, con la biografia illustrata d’una amata filosofa spagnola, “Non sono mai stata viva. Vita in esilio di Maria Zambrano”, uscita proprio ieri per rueBallu Edizioni, preziosa casa editrice siciliana, con poetiche illustrazioni di Pia Valentinis. Nadia delle storie di donne, e delle biografie come miniera di narrazioni, ma da far affiorare lentamente, circondandosi delle parole degli altri, assorbendole e meditandole. Nel mondo troppo veloce, c’è un “metodo Terranova” che sembra più avere a che fare con la lentezza degli alberi, o dei fondali. Nadia ha detto di Zambrano, la cui «grazia vertiginosa» l’ha accompagnata a lungo: «Poesia, mistica e ragione: ho cercato la chiave per unirle, l'ho trovata nell'esilio, solo fisico, cui la dittatura franchista l'ha costretta. Ma, come ha detto lei stessa, tornando in Spagna qualche decennio dopo, non era mai stata via». Eccolo, il titolo di una vita guardata da altri occhi.
E ora l’ultima veste, la più inedita: Nadia Terranova direttrice di una rivista. Di carta. Che nel primo numero uscito in pieno 2020 sceglie il tema più “forte” di tutti, nell’anno della pandemia: il sesso. Che è l’insieme di corpo e desiderio, di mente e istinto. “K”, rivista de Linkiesta (giornale online diretto da Christian Rocca, che firma una delle due introduzioni), è carta, ed è carta del desiderio: rossa, porosa, con le foto di Stefania Zanetti che dispongono una galleria di frammenti di sensi e di senso, e la quarta di copertina di Maria Corte affollata di corpi intenti e intrecciati che sembrano lettere, così come, dentro, si fanno corpo le parole intrecciate di 19 straordinari scrittori (Camilla Baresani, Jonathan Bazzi, Carolina Capria, Teresa Ciabatti, Benedetta Cibrario, Francesca D’Aloja, Mario Desiati, Annalisa De Simone, Viola Di Grado, Mario Fillioley, Dacia Maraini, Letizia Muratori, Valeria Parrella, Romana Petri, Lidia Ravera, Luca Ricci, Marco Rossari, Yari Salvetella, Elvira Seminara), più due brevi anticipazioni di romanzi in uscita nei prossimi mesi, “Ultima notte a Manhattan” di Don Winslow (Einaudi Stile Libero) e “Nel nome del figlio, Hammet” di Maggie O’Farrell (Guanda). Una vertigine di tentazione, e un modo per ritornare, tutti, alle pagine (di carta) delle riviste letterarie, dei testi brevi e dei racconti che ci ridanno l’esistente. Sfogliandolo, come un corpo.

Nadia, cos'è per te il 2020?
«Ho firmato tre libri diversi tra loro e soprattutto per me di grande sperimentazione. Aladino nella forma è un albo illustrato, e io avevo già scritto albi illustrati ma non così lunghi, e ovviamente non con Lorenzo Mattotti. Mettersi alla prova con un illustratore con cui non hai mai lavorato, e soprattutto un grande illustratore è una cosa grande. Io avevo sempre scritto racconti, ma mai pubblicato un libro di racconti e poi questa biografia illustrata, e anche lì qualcosa di diverso da “Bruno” e da “Caro diario ti scrivo...”, che conteneva le biografie di bambine che poi sarebbero diventate grandi scrittrici, ma non mi ero mai dedicata a un libro per adulti illustrato. Attraversare la vita di una filosofa era una cosa che volevo fare da molto tempo, e segna un po' un ritorno: era un momento atteso, unire di nuovo filosofia e letteratura. È vero, c'è la pandemia, e io sono stata molto chiusa in casa, come tutti o anche più. E lo sono anche adesso. Ma per me stare a casa significa leggere e scrivere, tanto, tantissimo. E ha significato anche questa libertà in più di sperimentare. Il 2020 è l'anno in cui sono stata reclusa, ma proprio per questo ho avuto una grande libertà di sperimentare e, paradossalmente, dall'insicurezza che vivevo fuori ho tratto sicurezza del mio mondo interiore e di quello che mi piace fare, che è la scrittura, e una sicurezza tale da poter dirigere qualcosa».
Partiamo dal più favoloso per gli occhi, “Aladino”. C'è dentro il tuo amore per i libri illustrati, i libri per bambini che non sono solo per bambini, e c'è il gigantesco Mattotti. Parlaci del “ragazzaccio Aladino”, e di come si può, forse si deve, riscrivere una storia antica e darle nuovo colore. E dicci qual è la tua illustrazione preferita.
«La mia illustrazione preferita è quella in cui si vede lo sguardo della principessa e Aladino si innamora. È il momento in cui Aladino cambia. Da ragazzo perduto, che non ne azzecca una, deve cambiare: il cambiamento di Aladino inizia per amore, non prima. Come si riscrive una fiaba? Studiando, tutte le versioni possibili e soprattutto studiando perché la fiaba di Aladino che è così selvatica, così piena di storture, perché lui è davvero un ragazzaccio di strada, è una fiaba di trasformazione: com'è potuto accadere che lui si addomestichi? E allora liberiamolo, facciamolo ritornare alla sua anima ribelle, pungente, anche un po' irritante... Poi, fare un libro con Mattotti, un vero genio contemporaneo, è un grandissimo onore e una grandissima felicità. Però significa anche rischiare, che la gente prenda il libro in mano e dica: questo è un libro di Mattotti, tu che ci fai nel libro di Mattotti? Posso dire una cosa? Non so se un maschio, uno scrittore, avrebbe questa umiltà di fare un passo indietro e dividere un libro con una persona così importante e grande. Ci vuol l'umiltà di dire: qui c'è davvero un gigante».

Illustrato è anche il libro uscito ieri “Non sono mai stata via. Vita in esilio di Maria Zambrano”. Una figura con cui dialoghi da sempre.
«All'università la sua figura non l'avevo approfondita, l'avevo sfiorata, ho voluto cominciare un viaggio, assieme a Maria Zambrano, proprio per poterne scrivere. Ho deciso che avrei scritto la biografia illustrata di una filosofa, e di Maria Zambrano, al termine di qualche anno di letture e di studio: ho studiato per tre anni».
Ultimo ma primo, il libro che doveva uscire quando cominciò il lockdown, e ripartì dopo, in questo inferno di arresti e ripartenze che viviamo. “Come una storia d'amore” tocca un altro punto vitale delle tue narrazioni: i luoghi che siamo, i luoghi che scegliamo, i luoghi che diventiamo. Sono tutte storie d'amore e dunque, come dice Foster Wallace, sono storie di fantasmi?
«In fondo le dieci donne che si muovono a Roma sono dieci figure fantasmatiche, che si muovono in una città fantasma, e a volte si dissolvono, alla fine».
Infine l'avventura più ardimentosa: una rivista. Di carta. Su un tema che è un campo minato e che pure – nel tempo della pandemia che ci disincarna e ci distanzia – assume un valore forte, persino politico: il sesso. Perché questa scelta ardita (la carta, soprattutto, poi il sesso)?
«Negli anni in cui i giornali di carta passano al digitale per non morire, e a volte muoiono lo stesso, un direttore coraggioso di una rivista che esiste solo online mi dice: io voglio la carta, facciamo una rivista letteraria, ti va? E io non soltanto dico sì, perché mi piace questa migrazione contraria, ma dico “bene, facciamola su un tema che riguarda il corpo”, nell'anno in cui il corpo ci dà così tanti pensieri e problemi. Come desiderano, cosa pensano, come come vivono il sesso e come lo raccontano gli scrittori di oggi in quest'anno in cui sembra già peccaminoso pensare al sesso, anche solo poter pensare di desiderare».
Una parola, una sola, per il 2021.
«La dico in dialetto. Io vorrei che fosse “brisciri”. Vorrei dire al 2021 “briscemu”, che è “usciamone” e anche “riusciamo”».
Briscemu, Nadia.

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