Giovedì, 16 Settembre 2021
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“Omu a mari”, il potere del “cuntu” e il fascino mitico delle Sirene nello Stretto

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E’ lui uno di quegli òmini, figghiulazzi, piscaturi. Coi suoi riccioli saracini, le ciabatte, la canottiera sformata. La voce. Oh, la voce. La voce si fa ritmo, canto, onda. Sciabordìo, babbìo, richiamo. Sottile, che ci vedi attraverso, come l’aria dello Stretto in certe mattine. Gigantesca, come una mareggiata di maestrale che fa la spuma e invade tutto lo spazio – che è il cortile d’un palazzo secentesco di sghemba bellezza. La voce è quella di Gaspare Balsamo, autore attore e cuntista, classe ’75, ericino e catanese – siciliano casacasa costacosta – , il cortile è quello del palazzo messinese Calapaj-d’Alcontres, dove è andato in scena, per due applauditissime repliche, “Omu a mari. Il cuntu delle sirene”, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Balsamo per il Cortile Teatro Festival, la bella creatura di Roberto Zorn Bonaventura, direttore artistico, giunta alla fine della prima parte dell’edizione del decennale, a cura del “Castello di Sancio Panza”.
Tutti sopravvissuti: il personaggio principale del cuntista Balsamo, don Mimì raccamatore provetto, di reti da pesca e di storie, don Mimì paralitico che può muoversi, anzi addirittura levitare, solo raccontando delle sirene; il palazzo storico, uno dei pochissimi scampati al terremoto del 1908; il teatro, dopo mesi e mesi di fermo e di vuoto. Noi spettatori, affamati di fame lupigna di tutte le storie di Balsamo autore e cuntista, raccamatore del testo di Stefano D’Arrigo, “Horcynus Orca” – Bibbia e atlante dello Stretto – , piscaturi di mitologie, visioni e favole dello scill’e cariddi.
E sì, siamo stati lì nello Stretto, portati passo passo, costacosta, che mica eravamo velieri o galeoni spagnoli o yotti potenti dei nuovi ricchi culiarrinisciuti o caicchi schifazzi: eravamo luntri e spadare e palamitare e anche meno, gusci a pelo d’acqua, barchette in balìa della corrente. E lui, Gaspare Balsamo, autore attore e cuntista, ci portava dove voleva, nemmeno fosse un garofalo, un fiore d’acqua dello Stretto, o una botta di rema. C’è un mondo, tra scill’e cariddi, anzi tanti: vi appartengono – dividendosi lo spazio, il mare, l’aria, l’immaginazione – creature marine e umane, miti e mostri. I giovinotti pellisquadre che ascoltano, rapiti e infoiati, i cunti di don Mimì, e gli pare di vederle, le sirene, mezze fimmine mezze pesce, ma che dico: tutte fimmine assai minnute, di fascino irresistibile, e pericolose per gli uomini che non le trattano con rispetto.
Gaspare Balsamo fa risorgere l’epica umile e potente che scorre nel cuntu (sarà uno dei protagonisti – insieme col decano dei cuntisti Mimmo Cuticchio, con Vincenzo Pirrotta e Mario Incudine – dell’atteso film di Giovanna Taviani “Cuntami. Storie di canto magico”, che sarà presentato il 2 settembre a Venezia), trasfigura le storie d’iniziazione dei giovanutteddi Turi, Santino, Melo, Demetrio con fimmine e fimminote, altrettante sirene pericolose che si fanno beffe di loro, li usano, li consumano a loro piacimento. Il femminile oscuro delle mitiche sirene è sempre in agguato, d’altronde, anche dopo il passaggio dello scaltro Ulisse, ed è solo una delle insidie dello Stretto e della sua bellezza, guardato da mostri e segnato da faglie (tutte femmine) (ma ora, apprendiamo proprio in queste ore, sta tornando un altro vecchio mostro: lo spettro del Ponte a campata in aria). Ma le sirene sono anche la salvezza di don Mimì paralitico che le sa vedere, che le può raccontare: le storie, e le voci che le raccontano, non sono forse le nostre protesi, le nostre ali, la nostra salvezza?
Don Mimì che cunta – e il suo duello verbale col saccente “delegato di spiaggia” che pretende di trovare le sirene sul libro di scienze, e giura che ci sono, ma quella che mostra è solo una foca babbiona baffuta – e Balsamo che cunta quel cuntu, spalancando con la percussione degli accenti, con la loro prosodia primordiale ogni mondo, sbacantando cieli e terre e mescolando oggi e ieri, miraggio e riflesso sull’acqua, romanzo e mito, attraverso le parole della letteratura e la forza del dialetto, una koinè siciliana e strettese d’irresistibile potere.
“Omu a mari” è parte del dittico “Horcynus” – dalla riscrittura di alcune parti del romanzo-mondo di D’Arrigo – , con “Epica fera”, e il consiglio è cercare di vederle-sentirle: sono opere totali, segmenti d’una ricerca entusiasmante. E sì, le Sirene possono perdere e salvare. Noi, come don Mimì, siamo fortunati: ascoltare le sirene ci ha salvati, ci continua a salvare.

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