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Paola Quattrini, l’eterna ragazza del teatro: sabato e domenica in scena a Messina

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Una certezza del teatro italiano, attrice di razza e di lungo corso. Paola Quattrini, artista strepitosa ed eclettica, ha all’attivo una straordinaria carriera di teatro, cinema, tv, doppiaggio. Recita fin da bambina, a dieci anni la ricordiamo ne “Il potere e la gloria” di Graham Greene per la regia di Luigi Squarzina, protagonista poi di sceneggiati e commedie per la televisione. In teatro è la storica interprete di commedie targate Garinei e Giovannini. Si è cimentata, con felici esiti, con testi impegnativi di Sartre, Pasolini, Williams, Dostoevskij. Fino ad un terreno nuovo, di avanguardia, la sua ultima sfida è la sua interpretazione nel cortometraggio “Fedora”, girata completamente in verticale (Vertical Movie) per cui è stata premiata come migliore attrice al Dubai Indipendent Festival 2021 e al Festival di Los Angeles.

L’attrice romana sarà a Messina sabato e domenica per lo spettacolo “Se devi dire una bugia dilla grossa”, con soggetto di Rayan Cooney, versione italiana di Iaia Fiastri, regia originale di Pietro Garinei e nuova messa in scena di Luigi Russo, con Antonio Catania, Gianluca Ramazzotti e la partecipazione di Paola Barale. Un evergreen, un classico della comicità che ha avuto tre storiche edizioni, con interpreti quali Dorelli, Guida, Januzzo, Testi e con la Quattrini sempre presente nel ruolo di Natalia la moglie del deputato, che si racconta, in attesa della prima di sabato. I suoi esordi sono stati davvero precoci, ha iniziato a lavorare a 4 anni, sostenendo economicamente la famiglia con quattro figlie e un padre scomparso prematuramente.

Questo le ha tolto l’infanzia, ha sentito una sottrazione?

«Assolutamente sì, mi ha tolto tanto: la fanciullezza, i giochi, moltissimo. Me ne sono accorta solo dopo. Quando stavo con le mie amiche mi sentivo un’estranea, avevo rapporto solo con i grandi , gli adulti. Penso invece che i bambini devono fare i bambini. Che poi questo mi abbia regalato altre cose, che mi abbia fatto crescere e imparato tanto e in fretta, può essere, ma ha anche tolto tanto».

È andata così! L’arte e la vita per lei sono un tutt’uno, le capita di scandire l’una con le tappe dell’altra?

«Sì assolutamente, io faccio sempre questo. Ho una pessima memoria e ricordo solo le parti che faccio in teatro, affido i miei ricordi alle commedie, capita di non rammentare le persone che ho incontrato o i loro nomi per la vita frenetica, ma sul lavoro non dimentico niente. Ricordo i periodi che vivo attraverso le opere che interpreto. Due mesi fa ad esempio ho fatto tre commedie, in un breve tempo con intervalli di qualche giorno, ho fatto il debutto della “Bugia”, sono andata al Teatro Nuovo a Verona il monologo “Oggi è già domani” , ho interpretato “Slot” e infine ho ricominciato questo spettacolo. Concentro forse la mia attenzione sul lavoro, ma così mi tengo in allenamento e ricordo anche tappe della vita».

Le succede di portarsi dietro i personaggi, di continuare a sentirli nella vita, oltre la scena?

«Inevitabilmente ne porti dei personaggi un pezzetto a casa e questo delle volte è un bene, senti come una compagni che ti fa scoprire cose nuove; è già dentro di te la parte, ma ti fa aprire meglio alla vita . Anche l’umore dipende dal tipo di commedia che faccio e dalla compagnia che frequento; è importante anche il dietro le quinte, il rapporto con gli altri , le atmosfere. Sì, la mia vita e il teatro, sono un tutt’uno, divento più nervosa quando non lavoro e sono generosa, disponibile quando sono appagata artisticamente , affronto i problemi degli altri e i miei, meglio. Non ho avuto una vita semplice... la vita mi ha dato anche problemi che però ho sempre cercato di superare con il sorriso, con la leggerezza, andando avanti, curando le ferite e guardando oltre; ci sono persone che ricordano le cose negative, io no, forse perché mi voglio bene».

Il teatro per lei è un amore assoluto, uno spazio che definisce “L’unico luogo irreale dove mi sento reale.” Ce ne può parlare?

«Sì, è il luogo in cui mi sento più me stessa e più protetta. Forse non sono mai stata veramente protetta, ho perso mio padre a 10 anni, ho avuto un infanzia dura, non dorata come si diceva da bambina prodigio, ho cercato protezione; quando trovavo la mano di un uomo che mi sembrava adeguata, ero alla fine io che dovevo proteggere lui. Ma in teatro mi sento a casa, nonostante io ami molto la mia casa, il teatro è anche questo, un ritorno a casa».

Quando va in scena, qual è il preciso momento che predilige e le dà particolare emozione ed elettricità?

«Mi dà molta gioia ed è un rito che faccio sempre, l’attimo in cui mi metto dietro il sipario, quando scandiscono i 5 minuti prima dello spettacolo. Mezz’ora prima c’è tensione e mal di pancia, un quarto d’ora prima inizio a placarmi, ai 5 minuti mi rassereno stando a sentire il brusìo della gente, perché mi metto in contatto con quello che sarà la serata; ogni spettacolo è sempre nuovo e mi predispone a questo incontro che mi arricchisce, perché, anche se dico le stesse cose, lo faccio sempre in modo diverso. In questa commedia lei interpreta lo stesso ruolo, un fatto straordinario... Davvero eccezionale, credo che mai nessuna attrice abbia fatto lo stesso ruolo in edizioni diverse, cambiano gli altri personaggi e io rimango; mi ha aiutato di certo il fisico, il fatto di essere in salute. Perché il ruolo, come tutta la commedia, è impegnativo, presuppone grande energia e ritmo, per tutti non soltanto per me; è una gran fatica, bisogna fare attenzione in scena e fuori scena, entrare e uscire continuamente».

La pièce porta la firma del mitico Pietro Garinei, quanto le manca e quanto manca al panorama artistico italiano?

«Tantissimo, se 1000 è il massimo, diciamo 1010! Mi manca e manca al teatro, tutte e due le cose; per me è stato il padre che ho trovato, altro che amore... era il mio punto di riferimento! Mi ha dato tanto, con una tale classe, stile, capacità e quanto manca oggi a tutti, lui inorridirebbe a vedere tante volgarità...».

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