Lunedì, 03 Ottobre 2022
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Il gineceo zarista e l’atroce bellezza che non omaggia alcun genere

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Nella terribile iconografia di questa guerra aliena, estranea alla dimensione di umanesimo faticosamente conquistata dall'Occidente europeo, resterà certamente memorabile l'istantanea di un gineceo riunito, con una sola presenza maschile, attorno ad un grande tavolo in un tripudio naturalistico di foglie e fiori. Sorrisi e colori, tra tailleur e guance incipriate, senza il livore tragico di edifici squarciati, ammassi di detriti, senza il nerofumo, le esplosioni nella notte, e ben altri volti femminili tra i disperati in fuga. Senza tracce di morte, non fisica almeno.
Un enorme tavolo imbandito e affollato, così diverso da quello vuoto e infinito alla cui estremità Emmanuel Macron, nel drammatico esordio del semestre francese di presidenza del Consiglio Ue, si trovava in un bagliore quasi irreale di siderale distanza a parlamentare a nome di tutti gli unionisti europei ad un interlocutore elegante e gelido. Lo stesso che, sempre elegante ma molto meno gelido - nonostante le distanze cui il tempo della pandemia ha abituato tutti e, più di tutti, uno dei leader controversi del pianeta - ha conversato cordialmente con la delegazione di assistenti di volo della compagnia nazionale Aeroflot (la stessa per la quale anche l'ex first lady russa, Ljudmila, ha lavorato) in vista, come spiegato, della Giornata internazionale della Donna.

Un florilegio di atroce bellezza, scandito da ferali dichiarazioni su no fly zone e sanzioni economiche in una "cerimonia del tè" dal perfetto stile russo, tra samovar cristallini e raffinate porcellane così diverse dalle tazze usa e getta colme del medesimo fumante infuso rosso sangue, offerte ai profughi approdati nei punti di raccolta ai confini ucraini, una goccia di calore umano nel gelo della prepotenza che li ha costretti ad abbandonare tutto e tutti. Impossibile sapere quanto il meeting sia stato realmente partecipato dalle venti donne russe, incarnate nei panni mitologici di un certo immaginario sulla figura femminile, quelli delle hostess, icone di splendore e prestanza, fasciate nelle divise scarlatte della compagnia, peraltro in passato accusata di avere discriminato le candidate in sovrappeso. Certo, in quegli occhi vitrei addestrati a gestire criticità a 10.000 metri da terra, qualche velatura non è mancata. E la domanda sulle ragioni della "operazione militare" non è apparsa esattamente spontanea, come la micidiale risposta, planata tra fiori e colori lieve come le bombe su Kiev.
La cronaca fortunatamente non ha richiesto troppi commenti, nelle ore in cui la coraggiosa dicitura "press" sull'elmetto e il giubbotto antiproiettile di inviate e inviati nelle aree del conflitto, dopo le direttive della Duma sulla persecuzione delle "fake news", da segno protettivo sembra divenire ormai pericoloso indicatore di bersaglio. Di certo, nella "Giornata Internazionale" di cui ormai tutte, tutti e tutt* faremmo serenamente e democraticamente a meno, si avverte un'impressione più vicina all'oltraggio che all'omaggio, non solo verso il genere femminile, ridotto a dolente ornamento propagandistico, ma verso tutti i generi che - pacificamente - abitano questo mondo.

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