Martedì, 24 Maggio 2022
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XFactor 2021, i voti della semifinale: Erio saluta, finalmente Manuel Agnelli sbrocca ed è spettacolo

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XFactor ventiventuno come Sanremo. Direte voi: certo, c’erano i duetti, c’erano La Rappresentante di Lista e Fulminacci (i primi proprio con il brano sanremese, l’altro che a marzo aveva presentato il pezzo di gran lunga più bello del Festival), c’è stato l’annuncio dell’ospitata dei Maneskin – che quel Sanremo l’hanno vinto – alla finale di giovedì al Forum, insieme a quei Coldplay che se non ricordo male diedero buca a un’edizione del Festival condotta da Fabio Fazio. E invece no: XFactor ventiventuno come Sanremo perché il meglio è stato dopo la fine, nell’Hot Factor, come accadeva con il leggendario Dopofestival di Elio e le Storie Tese nel 2008. Lì il “complessino” milanese dispensava musica facendo impallidire la gara, qui è stato l’immenso Manuel Agnelli a dispensare una sequela di insulti e offese ai malcapitati Emma e Mika (Hell Raton era già clinicamente morto dal primo live) sbroccando dopo l’eliminazione di Erio e dando un senso non solo alla semifinale, comunque migliore della media delle altre serate, ma all’intera edizione. Superfluo commentare che lo stavamo aspettando, d’altra parte passare sei giovedì sera in compagnia (obbligata) di Emma, Mika e Manuelito farebbe sclerare chiunque, anzi io avrei imbracciato un AK-47 da subito. E sono pacifista.

gIANMARIA e la dura legge Bersani... Bengala esplosivi

In un’annata veramente dispari del miglior talent della televisione italiana, ingabbiato in un format che mostra ormai la corda in modo irrimediabile (cancellazione in vista?), la semifinale era una grande occasione per alzare il livello con i duetti tra i concorrenti e dei cantanti affermati. E l’operazione è riuscita, almeno in parte: per la precisione, la parte che non era in gara. Perché l’esordio della puntata è nelle mani –anzi, nei bicipiti – di Manuel Agnelli, accompagnato dai “suoi” Little Pieces of Marmalade, dall’onnipresente Rodrigo D’Erasmo e da Beatrice Antolini (già collaboratrice degli Afterhours) nella nuova La profondità degli abissi, colonna sonora del film dei Manetti Bros Diabolik in uscita a giorni. Il pezzo è super, Manuel non è in formissima dal punto di vista vocale ma non rinuncia alla sana arroganza da anziana rockstar mai in disarmo. In realtà la manche con i duetti non è affatto male. Apre però Erio (voto 6) feat. La Rappresentante di Lista con Amare, ed è probabilmente il numero meno riuscito: il concorrente di Manuel viene sovrastato dalla voce di Veronica, la cantante del duo tosco-palermitano, e presta il fianco alle critiche del tavolo dove Rommel Raton la “volpe del deserto”, Mikaone Bonaparte e Giovemma d’Arco hanno elaborato una strategia chiara: eliminare uno dei due rappresentanti della squadra di Agnelli – no, non la Juve – e portare in finale un concorrente ciascuno. Loro in realtà preferirebbero far fuori i Bengala Fire, ma non tutto andrà secondo i piani. Poi arriva il momento dell’indovinello: con chi canterà l’ineffabile Fellow che ha proposto Benjamin Clementine una prima volta agli Home Visit e un’altra al live? Beh, diciamo che indovinare i fagioli della Carrà era più difficile. Stavolta, però, Benjamin Clementine non è in... dad ma in presenza, e non è difficile vedere l’effetto che fa: duetto migliore in assoluto sulle note di I won’t complain, pezzo meraviglioso nella sua complessità e cantato magnificamente da entrambi (voto 8). Ora, a parte l’embolo di Manuel Agnelli, il momento che tutti stavamo aspettando è l’ospitata di Samuele Bersani: uno degli autori più sensibili e intelligenti della musica italiana ha deciso di “adottare” gIANMARIA, per il quale spende parole bellissime prestandosi a duettare in Spaccacuore. Il giudizio è un po’ sospeso tra l’ammirazione per la magnificenza del brano e un’interpretazione nella quale il Nostro – che credevamo “vaccinato” dopo che aveva maneggiato con esiti tutto sommato accettabili Vasco, Rino Gaetano, De Gregori e Lucio Dalla – una volta trovatosi di fronte al suo idolo, inizia a tremare e piagnucolare come un cucciolo smarrito. Ma ha diciannove anni, un inedito più che promettente e una sorta di incoscienza che lo porterà lontano: voto 7, forse un po’ “buonista” ma mica sono Manuel Agnelli, io. A Baltimora tocca Fulminacci, uno dei migliori esponenti del cantautorato indie: è forse l’unico dei concorrenti che non sfigura vocalmente e in termini di presenza rispetto all’ospite (che gli lascia spazio con grande umiltà e signorilità), Resistenza è un pezzo accattivante ma non superficiale e il risultato è ottimo. Voto 7,5. Il primo, vero cortocircuito della serata lo portano in scena i Bengala Fire (voto 7,5), messi al fianco di Motta che con loro, apparentemente, non dovrebbe nemmeno stare nella stessa frase vista la distanza tra i due generi. E invece la versione brit-pop di Del tempo che passa la felicità, brano che apriva l’album La fine dei vent’anni Premio Tenco come opera prima, non solo funziona alla grande nonostante sia la prima volta del cantante Mario in italiano, ma nel finale prende un ritmo rock quasi tribale che fa letteralmente venire giù la Repower Arena. Al tavolo provano invano a stroncarli, soprattutto Mika che ancora non ha visto niente.

Vorrei essere Altrove... Ma non in Alexanderplatz

Seconda manche di cover aperta da Baltimora che deturpa un capolavoro come Altrove di Morgan, il suo primo singolo da solista dopo l’addio ai Bluvertigo: meriterebbe di essere cacciato dal palco senza passare dal ballottaggio perché non si limita a stravolgere l’arrangiamento (e ci sta), ma non imbrocca né la melodia né lo stato d’animo sotteso alla canzone. Voto 4 e, nel mio “personalissimo cartellino”, vuoi vedere che i Bengala Fire si salvano e vanno in finale ai suoi danni? Proprio il gruppo di Manuel Agnelli segue in scaletta con un medley di due brani provenienti da epoche diversissime del rock’n’roll: Sunny afternoon dei Kinks è un classicone del disagio giovanile della metà degli anni Sessanta, Chelsea Dagger una piccola perla di quei tre pazzi scozzesi che si fanno chiamare The Fratellis pur non essendo nemmeno parenti, diventata un inno da stadio come Seven Nation Army degli White Stripes. L’espediente per saldare i due pezzi è accelerare e “modernizzare” il primo, peraltro molto bene come nota anche Mika; su Chelsea Dagger avrei evitato le urla e le convulsioni del cantante nel finale, ma il voto è comunque 7 anche se sempre Mika prova a tirare in ballo la vecchia storia della cover band da birreria e si becca un icastico «Smettiamola di dire c...ate» da un Manuel Agnelli al quale comincia già a salire la carogna perché ha capito tutto. A gIANMARIA tocca invece Alexanderplatz di Milva, uno dei tanti capolavori usciti dalla penna di Franco Battiato; per sua fortuna, a differenza di Samuele Bersani, sia Milva che Battiato sono morti e quindi non possono salire sul palco a gettarlo nel panico, quindi ti aspetti comunque una cosa bella visto che finora, pur con qualche eccesso, il ragazzo non ha indietreggiato di fronte ai mostri sacri. E in effetti questa versione con il ritornello wall of sound al posto dell’elegante electro-pop di Battiato all’inizio non dispiace anche se con il testo modificato (ma con maggiore criterio e aderenza rispetto ai precedenti). Finché un “clic” nell’auricolare lo convince di non poter andare avanti e succede il patatrac: un sin lì impalpabile Ludovico Tersigni – meglio delle altre volte, quindi – perde come al solito il controllo della situazione e nella pausa prima che l’esibizione riprenda inanella una serie di ovvietà arrivando a chiedere alla pianista (che prima aveva apostrofato con uno sconcertante «E tu chi sei?») di intrattenere il pubblico. Al tavolo ridono e lo consolano, ma secondo me lo vedrebbero volentieri morto lì, sul palco, steso per terra tra quattro candele mentre Cattelan pronuncia l’elogio funebre (in inglese, così quello non capisce). gIANMARIA ricomincia ma l’emozione un po’ si è persa, anche lui viene coccolato dai giudici che ormai sanno che vincerà e non vogliono fare la figura di quello che non lo aveva capito: voto 6,5. Non va altrettanto bene a Fellow (voto 5,5), in palese difficoltà sul fraseggio di Dog days are over di Florence & The Machine per poi perdere totalmente la melodia nel ritornello: a mio modo di vedere si salva perché i voti delle due manche vengono sommati e nella prima è stato veramente bravo. All’opposto la serata di Erio (voto 7,5): Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead è un pezzo colossale ma meno lontano dalle sue corde rispetto a qualche assegnazione recente, tanto che i giudici lo lodano salvo poi “tradirlo” balbettando di una involuzione nelle ultime settimane quando se lo ritrovano al ballottaggio al posto dei Bengala Fire con Baltimora. Erio torna a casa, non mi aveva mai esaltato ma onestamente avrei visto meglio lui in finale.

Cantami, o Emma, l’ira funesta del Pelìde Agnelli

La reazione di Manuel Agnelli (voto 110 e lode) ci ripaga dell’attesa di un’intera edizione: provano a controbattere prima Mika (voto 6 al netto dell’ennesimo Benjamin Clementine), che viene respinto con perdite, e poi Emma (voto 6 per la partecipazione al duello rusticano, altrimenti sarebbe da 4 come al solito: scambia persino La Rappresentante di Lista con Lo Stato Sociale, forse per l’articolo all’inizio) con la quale i toni diventano addirittura da rissa. Assiste inebetito Hell Raton (voto n.g.), vorrei tanto chiedere a Nils Hartmann o a qualche altro capoccione di Sky se veramente sono contenti di essersi messi al tavolo questo ectoplasma che discetta di musica come se fosse Fatboy Slim ma, quando c’è da dire qualcosa, ti giri e lo vedi che evita persino di incrociare lo sguardo. Mah. Resterebbe da dare il voto al prof. dott. Ludovico Tersilli, ma siccome sono buono mi ero ripromesso di non ricorrere mai ai numeri relativi. A questo punto, l’unico modo per uscirne bene è fingere di porre fine alle sue sofferenze sul palco del Forum sulle note di I suicidi di gIANMARIA, nella speranza che ci sia Pippo Baudo a salvarlo come è accaduto con qualcuno che ci aveva provato a Sanremo.

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