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Chris urla, Sinisa con l'elmetto: la lotta parallela di Eriksen e Mihajlovic, i nostri guerrieri

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C'è un filo sottilissimo che lega le storie di Christian Eriksen e Sinisa Mihajlovic. Apparentemente distanti come yin e yang: caratterialmente e culturalmente. Glaciale, serafico e... scandinavo, il primo, cresciuto sotto i bombardamenti della guerra, fumantino e passionale come pochi, l'altro. Eppure, negli ultimi tempi, li accomuna il destino della lotta. Vivere e respirare, due verbi troppo “scontati” finché non si sbatte il muso sui loro esatti opposti. Miha è più abituato a combattere per sopravvivere. Quando i coetanei di quasi tutto il resto del pianeta crescevano a suon di cartoni e socialità, all'aria aperta, Sinisa si nascondeva dalla guerra. E scaricava tutta la sua frustrazione affinando quel piede mancino e calciando il pallone contro qualsiasi saracinesca: sarebbe diventato il biglietto da visita con cui avrebbe scardinato le porte di mezza Europa a forza di calci di punizione. Non c'è davvero pace per l'allenatore serbo, che due anni fa ha ingaggiato una lotta durissima con la leucemia, con tanto di trapianto di midollo. Nel primo tempo l'ha portata a casa, ma pare sia necessario giocare il secondo per avere definitivamente la meglio su questa «bastarda». Lo ha confessato in conferenza stampa l'allenatore del Bologna. «Deve essere davvero folle la leucemia per tornare a dar fastidio a uno come me. Mentre prima l'ho affrontata in tackle, come facevo da giocatore con gli avversari, stavolta dovrò giocare d'anticipo per evitare che possa nuocermi. Dovrò effettuare alcune cure». Solo pochi giorni prima dell'esito clinico, gli spauracchi della guerra, seppur lontano da casa sua, stavolta, si erano riaffacciati. «È una cosa terribile. Chi ha la sfortuna di viverla da vicino, la porterà sempre con sé». L'ennesimo carico (emotivo) da novanta, per un uomo che calza l'elmetto sin da quando era in fasce.

Christian Eriksen è tornato a vivere, a urlare di gioia. Che tradotto, per un calciatore, sta a significare correre all'impazzata su un campo di calcio. La favola danese si è conclusa quasi come se fosse uscita dalla penna di un altro Christian, Hans Andersen, scrittore che condivide l'estro e il sangue che scorre nelle vene con il 10 della Danimarca. Già, quel 10 che al ritorno in campo con la sua Nazionale ha gonfiato la rete. Dopo appena due minuti dall'ingresso in campo, gli stessi che erano stati necessari per capire che quel movimento innaturale del corpo in Danimarca-Finlandia (lo scorso 12 giugno, durante la gara inaugurale degli Europei per gli scandinavi) era un campanello d'allarme serissimo. «Non tornerà mai più a giocare», dicevano. Li ha smentiti nel modo che gli viene più naturale: il gol. Anche un artista della pedata come lui ha dovuto imparare a indossarlo quell'elmetto. Perché, in fondo, quel filo che lega Sinisa a Chris, non è poi così sottile.

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