Mercoledì, 06 Luglio 2022
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IL ROMANZO DI VERMES

Se Hitler tornasse
finirebbe in... tv

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di Anna Mallamo


No, dico, dopo aver visto cose come le larghe intese, l'ultima elezione del nostro Presidente della Repubblica, la sorte della Grecia, il naufragio dell'Europa e le grandi manovre distruttive della finanza mondiale (le vere Nazioni Unite del Malaffare e del Dominio) poche cose possono accadere che ci sorprendano veramente. Dunque, non so quanto ci farebbe effetto il ritorno in terra – per ragioni misteriose e non chiarite, ma la cosa non ha alcuna importanza – di Adolf Hitler. Proprio lui, il Führer in persona, con tanto di capelli impomatati e monobaffo, risvegliatosi un po' stazzonato ma assolutamente incolume in un campo incolto di Berlino.

Comincia così uno dei romanzi più geniali (a partire dalla copertina, di Johannes Wiebel) degli ultimi anni, “Lui è tornato” (Bompiani, pp. 443, euro 18,50, traduzione di Francesca Gabelli) del tedesco Timur Vermes, grande successo in Germania lo scorso anno, con più di 600mila copie vendute, e poi in Europa.
Lui non solo è tornato, ma non è cambiato per nulla: l'io narrante del romanzo è proprio il Führer, e non ci perdiamo alcuna delle sue riflessioni, rigorosamente improntate alla più accurata verità storica: l'autore anzi ci agevola con uno scrupoloso apparato di note, in cui documenta ciascuna affermazione di Hitler, alla luce di scritti e discorsi, richiamando episodi e personaggi con acribia di storico. Tutto questo però ha un raffinato significato letterario e satirico: Hitler è “proprio lui”, senza ricostruzioni fantasiose o strumentali, e la ricostruzione dei suoi percorsi mentali, delle sue idee strampalate e/o folli, dei suoi convincimenti deliranti non fa una grinza. Tanto più che “lui” continua a pensarsi come, appunto, il Führer, con la missione storica di fare grande la Germania, lottare contro ebrei e bolscevichi, anzi possibilmente sterminarli, portare la guerra dove c'è spazio da occupare, produrre soldati e cannoni per sostenere il suo disegno, eccetera eccetera.

E la parte più divertente del romanzo è, costantemente, questa: come Hitler osservi qualunque cosa gli accada (e gliene succedono davvero tante, considerato che se ne va in giro con la faccia e la divisa del Führer) e la riconduca al proprio punto di vista, alle esigenze della sua personale missione che è determinato a perseguire persino in questo strano mondo in cui gli è capitato di risvegliarsi.

Pensate, al governo c'è una donna, e nemmeno bella (ma neppure Hitler avrebbe saputo concepire l'insulto che un altro premier, italiano, è riuscito a scolpire sulle pagine della cronaca e forse della storia); le strade sono piene di turchi e altri stranieri; il partito nazionalsocialista praticamente non esiste più, non parliamo poi dell'esercito (anzi, questa Germania pare insolitamente pacifica), e persino del fedele Bormann si sono perse le tracce.

Naturalmente c'è un solo posto in cui un personaggio simile può essere preso sul serio. Lo sapete qual è, no? La televisione, ovviamente. Più in generale l'industria mediatico-spettacolare, in quella sua zona grigia (di cui l'Italia non ha il monopolio, vivaddio) in cui informazione-spettacolo-satira-qualunquismo si fondono perniciosamente. Lì persino questo patetico figuro (che poi visto da dentro ha comunque una sua paradossale buonafede, e talora fa davvero simpatia, al contrario dei pescecani mediatici, dei biechi affaristi e degli untuosi politicanti con cui viene a contatto) trova posto, poi ruolo, infine successo: questo Hitler metodo Stanislavskij sorprende tutti per la verosimiglianza (e ti credo), e i suoi discorsi deliranti vengono presi per satirici, o quantomeno comici (e una componente comica della mimica e dell'oratoria hitleriana è indiscutibile, come sappiamo).

Inutile dire che, se sono divertenti le “scoperte” che Hitler fa della modernità (quando, per esempio, scopre la tv di oggi coi suoi mille canali. Ma dove tutti stanno... cucinando), il vero fulcro della comicità è altrove: l'anacronismo non è Hitler e la sua paccottiglia ideologica, ma talune storture e idiozie e follie del presente. Che Vermes mette in luce e in scena con soave perfidia, sempre inquadrandole dal punto di vista del suo personaggio “ricostruito”.

Ovviamente non vi racconteremo mai come finisce, anche perché potrebbe davvero non finire qui. E questa è la più terribile e geniale minaccia letteraria degli ultimi tempi. E forse non solo letteraria...

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