Mercoledì, 03 Giugno 2020
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

E in Siria i bambini
mangiano cani e gatti

di Piero Orteca

Attacchi missilistici annunciati e poi annullati. Spie, attentati, dispetti diplomatici, amici che diventano improvvisamente nemici (e, di converso, vecchi nemici che si trasformano miracolosamente in “alleati”). Ma, soprattutto, morti. Tanti morti. E fame, tanta fame. Damasco è ormai come Leningrado nel 1943, con i bambini costretti a mangiare persino cani e gatti. La Siria di questi tempi è la summa del caos e della disperata incertezza che colpiscono, ecumenicamente, le relazioni internazionali a qualsiasi latitudine. La differenza, rispetto a qualche anno fa, è che le instabilità regionali si sono saldate tra di loro, “regalandoci” una macro-area di crisi che, partendo dalla Mauritania, va dall’Atlantico al Pacifico, arrivando fino alla Corea. E, da Nord a Sud, attraversa tutta l’Africa. In questo mosaico traballante, dove, appena tocchi una tessera si muovono, a casaccio, le altre, il Medio Oriente è l’epicentro di ogni terremoto. A turno, le fiamme della guerra, come fuochi fatui, divampano da tutte le parti. E anche se, per qualche settimana, i giornali sembrano dimenticarsi delle disgrazie pregresse, state pur certi che le prime pagine possono tornare, in un baleno, a riempirsi di titoli granguignoleschi. Dunque, rispetto a un mese e mezzo fa, la Siria di Bashar al-Assad, sembra fare meno notizia. Non vi fidate. Perché sotto la cenere i tizzoni sono ancora ardenti. Tanto per capirci, la guerra va avanti e anche se tutti sono girati dall’altro lato o, peggio, fanno finta di non vedere, il sangue continua a scorrere a fiumi. Ieri, almeno 16 soldati governativi sono stati uccisi in un attacco-suicida a Damasco. Il fatto si è verificato a un “checkpoint” del quartiere cristiano di Jaramana e l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha puntato l’indice contro i ribelli di al-Nusra, legati ad al Qaida. Questo gruppo islamista cerca di fa saltare il banco, mettendo in crisi i fondamentali dell’accordo sulla Siria raggiunto da Usa, Russia e Iran. Ma, come vedremo, proprio contro quest’intesa si è scatenato un vero e proprio gioco al massacro, che coinvolge tutti, fatto di ricatti e contro-ricatti, senza esclusione di colpi. Non è un caso che la bomba-umana qaidista arrivi in un momento in cui è ripreso un minimo di dialogo, sia pure sotto traccia, tra Obama e Assad. Intanto, mentre l'Opac ha fatto sapere di aver ispezionato circa la metà dei siti, la proposta del segretario di Stato americano, John Kerry, di trasportare le armi chimiche siriane via nave viene giudicata ancora prematura. Lo ha dichiarato, sul suo sito, il ministero degli Esteri russo. Alla National Public Radio americana Kerry, due giorni fa, aveva detto che le armi chimiche “potevano essere portate via mare fuori dalla regione e poi essere distrutte in sicurezza”, ma non aveva poi fornito dettagli sull'operazione. Dal canto suo, il Dipartimento di Stato Usa ha appena chiesto “che si conceda l'accesso immediato degli aiuti umanitari alla popolazione afflitta dalla fame, in particolare nei sobborghi di Damasco dove si combatte. “Facciamo appello al regime siriano perché approvi il passaggio di convogli umanitari” ha dichiarato la portavoce, Jen Psaki, facendo riferimento a recenti rapporti che parlano di popolazione civile allo stremo dopo mesi di assedio della capitale. Secondo la BBC, l’utilizzo di kamikaze è un chiaro indice della progressiva “jihadizzazione” della guerra condotta dai ribelli, che si caratterizza sempre di più per dei connotati “qaidisti”, non solo contro Assad, ma anche nei confronti delle minoranze (sciiti, in primis, e poi cristiani, drusi e alawiti). Insomma, la “democrazia” non se la fila più nessuno, mentre si combatte per ragioni squisitamente etniche e religiose. Capita l’antifona (finalmente) Obama si è fatto fare un “censimento” molto dettagliato delle forze ribelli (che riproponiamo a parte) e i capelli gli si sono rizzati in testa. Sul campo, però, la situazione resta tragica per la popolazione civile, messa in mezzo a una lotta senza quartiere, tra la quasi indifferenza dell’opinione pubblica internazionale. Tre sobborghi di Damasco (Yarmouk, Ghouta Est e Moudamiyah) sono sotto assedio governativo da mesi e la fame si taglia col coltello. I testimoni parlano di una situazione talmente tragica da ricordare quella di Leningrado, accerchiata dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. Figuratevi che gli “ulema” (i teologi) sunniti hanno concesso alla popolazione, a cominciare dai bambini, di mangiarsi anche cani, gatti e asini, per non morire di inedia. Cioè animali considerati “impuri” dall’Islam. Il che vi dà il quadro della catastrofica situazione generata da una guerra in cui, finora, sono morte oltre 110 mila persone. Senza che i panzuti professionisti dell’indignazione abbiano mosso un mignolo, dall’Onu agli altri stipendifici sparsi per il mondo. Unione Europea compresa. Si diceva di quanto intricati siano i giochi diplomatici dietro la tragedia siriana. Cerchiamo di abbozzare una sintesi, nella speranza di non farvi girare la testa per il valzer di contraddizioni e paradossi di cui è pieno il dossier. Dunque, meno di due mesi fa Obama aveva il dito sul grilletto, deciso a “punire” Assad per il lancio di gas nervini alla periferia di Damasco. Era più confuso che persuaso, perché le informazioni in arrivo dal campo di battaglia dicevano tutto e il contrario di tutto. E poi i suoi tremila consiglieri e gli amici-nemici del National Security Council se le stavano dando di santa ragione: in un turbinio di stracci che volavano e piatti lanciati ad altezza d’uomo, ognuno diceva di avere la ricetta adatta per aggiustare le cose. In mezzo c’era il presidente, costretto a rifugiarsi dietro la scrivania per schivare la cristalleria di famiglia. Ok, c’è molto “colore” in quello che scriviamo. È, chiaramente, solo la metafora di una situazione, diciamo, di “caos strategico”. Però, credeteci, chi ci ha sintetizzato (dall’interno) il clima della Casa Bianca di quei giorni non è andato molto lontano da quanto vi andiamo raccontando. Si erano squagliati tutti e Obama era rimasto col cerino in mano.  Così ha fatto una bella pensata pure lui, dopo aver passeggiato nervosamente di notte, nei giardini della Casa Bianca. Il presidente ha deciso, quasi da solo, di sposare il piano preparato da mesi da una parte dei suoi consiglieri: accordo con i russi e (sotto banco)  con gli ayatollah e che il Signore ce la mandi buona. Obama e la squadra “vincente” degli adviser non hanno più voluto sbarazzarsi di Assad per dire “prego, accomodatevi” alle milizie ribelli strapiene di fondamentalisti e di tagliagole iscritti nel libro-paga di al Qaida. George Friedman, prestigioso analista di “Stratfor”, un “think-tank” fra i più quotati, non ha dubbi. Dentro l’Amministrazione democratica il vento è girato. Obama ha le terga ancora ustionate dall’avventura libica e dalla “Primavera” egiziana e prima di farsi trascinare, con tutte le scarpe, in un altro covo mediorientale di serpenti, ci ha pensato sedici volte. Non solo, e qui sta tutto l’inghippo: la Casa Bianca ha barattato il “gentlemen’s agreement”, chiamamolo cosí, sulla Siria, con un accordo più complessivo sul nucleare iraniano. Se Rohani e Alí Khamenei rispetteranno i patti (se), sotto lo sguardo arcigno di Putin, allora gli Usa avranno fatto tombola. Anche se ogni cosa ha il suo prezzo. Nel caso specifico, il crescente sentimento anti-americano in Arabia Saudita, Egitto e Israele. Un esempio? A Netanyahu, che si metteva di traverso, incredibile ma vero, la Cia ha “bruciato” una squadra di “informatori” (spie) che operava in Iran. Un avvertimento di sguincio fatto agli israeliani con l’ausilio dei turchi, autori materiali della “soffiata”. Insomma, e chi ci capisce più niente? L’unica cosa sicura, con buona pace dei vecchi tromboni politicanti, che invitano tutti alla “pace nel mondo”, tanto per lavarsi le coscienze, è che i bimbi siriani continuano a mangiare cani e gatti, per non crepare di fame. 

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