Giovedì, 05 Agosto 2021
stampa
Dimensione testo

Archivio

Home Archivio UN NORMALE EROE DI QUESTO MONDO
CICLISMO DAL VOLTO UMANO

UN NORMALE EROE
DI QUESTO MONDO

Umano. Non un dio cinico venuto da galassie remote e potenti, non un superman invincibile, ma un normale eroe di questo mondo. Non c’è, in Vincenzo Nibali, nulla di soprannaturale: le sue entusiasmanti vittorie sono le nostre, nascono da un’alchimia terrestre e antica, che mette insieme la pregiata qualità dei muscoli, l’intelligenza tattica e la capacità di sacrificio – figlia sempre, quest’ultima, di una congenita invulnerabile volontà del carattere –. Un campione d’equilibrio e sobrietà, dedito al ciclismo con applicazione matematica e animo monastico. Il messinese Nibali voleva il Tour e se l’è preso, attentissimo a mostrare la propria forza calibrandone le dosi, molta sostanza e poca vetrina. Così richiede l’anno di grazia 2014: dopo l’era delle sbornie dopanti si è chiamati, per la sopravvivenza dello sport, a riscoprire anzitutto la misura – asserzione valida innanzi a ogni crisi sistemica, come ben sanno la maggior parte degli economisti e, se ce ne sono ancora, i politici veri –. La misura è la realtà, ricolma di limiti e quindi il più delle volte poco inebriante; di tanto in tanto, però, eccezionalmente generosa. Nibali non ha superpoteri, ma soltanto uno straripante talento e ferrea determinazione. Fruttuosa disciplina quando la strada è piana, potenza in salita, innato coraggio e straordinaria armonia nelle discese, la sua specialità. Una vita intera in sella a una bicicletta, tra abnegazione ed empirismo: l’oblio e l’attesa, ovvero l’ineffabile dimenticanza di sé che accompagna una pedalata lunga quanto l’esistenza, il miraggio di mille e un traguardo senza mai risparmiarsi, come si faceva da ragazzini, e – insieme – l’utile strategia, il calcolo, quel che realisticamente va compiuto per vincere la più prestigiosa delle corse a tappe. Sublime, Nibali, quando tra il fango doma il perfido pavé e stacca l’eterno avversario Contador di due minuti e mezzo. “Dantesque” è l’aggettivo scelto dall’Équipe, storico giornale sportivo transalpino, per titolare in copertina: si è assistito a qualcosa di raro e grandioso, la solennità è d’obbligo per raccontare un evento che sconfina nell’epico. Ma pure mostruosamente concreto, Nibali, che in molte gare ha preferito limitarsi a controllare aspettando che arrivassero i rendez-vous sulle montagne francesi: luoghi magici, che sembrano conservare tracce del big bang, dove esibire il potere dello scatto o arrischiare – da campioni – picchiate senza paracadute, persa ogni inibizione, quando si può respirare a pieno la libertà di essere il più forte. È un dono, lo scatto, un’improvvisa strabiliante scarica di elettricità che manda in corto circuito l’intero sistema: il gruppo un vero e proprio organismo vivente, regolato da precise leggi apparentemente mirate a tutelarne il più possibile l’integrità – è smarrito, si scopre effimero, vive lo choc dell’abbandono. Ogni tentativo di fuga è un attentato alla rassicurante compattezza della carovana, che deve con rapidità provare a riorganizzarsi: spesso si sfilaccia, i tempi di reazione non collimano, ogni squadra – mutata la situazione – deve ripensare il suo ruolo e avviare “nuovi” automatismi e liturgie. Si sostanzia, nella bagarre, la magnetica bellezza del ciclismo: pochi eletti che praticano l’arte della fuga, i gregari che si prodigano per il leader. Ebbene, un ulteriore merito di Nibali è quello di aver saputo gestire i compagni dell’Astana come un computer, amministrandone possibilità e debolezze: i suoi exploit tra le vette dei Vosgi, sulle Alpi e sui Pirenei sono frutto, anche, di un ben pianificato lavoro collettivo. Lo scatto in salita è la cifra della vigoria del guerriero, l’allungo in discesa richiede le qualità dell’acrobata, è un miracolo aerodinamico: corpo e bici si fondono, sono un unico proiettile che viaggia a una velocità impensabile, un meraviglioso mix d’equilibrio e di controllo, tra frenate esatte e traiettorie perfette. Nibali ha scoperto l’algoritmo che smaschera ogni insidia, la formula che neutralizza ogni strapiombo: vederlo in azione quando sembra puntare il vuoto è un dono senza pari. Prodigio plastico che, tutte le volte, ci regala lo stupore. Probabilmente avrebbe vinto, Nibali, anche se Contador e Froome, vittime di brutte cadute, non si fossero ritirati. È questa la nostra, non troppo umile, convinzione. A Vincenzo – in maglia gialla – il suo Arc de Triomphe e la gloria sugli Champs-Élysées; al mondo ciclistico l’emozione di riscoprirsi umano.

© Riproduzione riservata

* Campi obbligatori

Immagine non superiore a 5Mb (Formati permessi: JPG, JPEG, PNG)
Video non superiore a 10Mb (Formati permessi: MP4, MOV, M4V)

X
ACCEDI

Accedi con il tuo account Facebook

Login con

Login con Facebook