Sabato, 21 Maggio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Obama-Netanyahu
a pesci in faccia


di Piero Orteca

Renzi in Egitto, incontrando il presidente El Sisi, concorda sulla “scaletta” elaborata al Cairo per uscire dal ginepraio. “L'Italia appoggia la proposta egiziana per la risoluzione della crisi a Gaza. È l'unica possibilità per uscire dalla crisi", ha detto il nostro premier. Intanto Israele avrebbe cominciato ad avviare il ritiro dell’esercito dalla Striscia di Gaza dopo la distruzione dei tunnel di Hamas. Dopo i 100 palestinesi ammazzati l’altra sera a Rafah, per farvi capire come la politica estera sia, spesso, tutto il contrario di quello che gridano le televisioni o che riportano i giornali, vi offriamo il “transcript”, cioè lo sbobinamento, di una conversazione telefonica tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu, che doveva rimanere “classificata”, ovvero segretissima. Con l’avvertenza (e ti credo…) che i contenuti del franco “scambio di opinioni” sulla crisi di Gaza sono immediatamente stati smentiti, con insolita tempestività, sia dagli americani che da Gerusalemme. La conversazione si è svolta, in ebraico, il 30 luglio scorso, e i rispettivi servizi segreti hanno avuto pieno accesso al monitoraggio e alla trascrizione. Chi ha giocato alla “battaglia navale diplomatica” cercando di affondare l’altro? Le voci si rincorrono e riempiono i corridoi. Il primo lancio è stato fatto dal Telegiornale di Gerusalemme, da Oren Nahari, che ha attribuito la soffiata a una fonte americana “di alto rango”. In 35 minuti di telefonata, definita “molto tesa”, Obama sarebbe apparso particolarmente impaziente, mentre Netanyahu si sarebbe meravigliato per il tono delle domande poste dal presidente Usa. Ecco le parte del testo della conversazione che siamo riusciti a recuperare. Obama: “Chiedo che Israele aderisca a un cessate il fuoco immediato e unilaterale e fermi tutte le sue azioni offensive, in modo particolare i bombardamenti aerei”. Netanyahu: “E il nostro Paese cosa riceverà in cambio per questo cessate il fuoco?” Obama: “Credo che Hamas la finirà di lanciare razzi. Al silenzio si risponderà col silenzio”. Netanyahu: “Hamas ha rotto tutti i cinque precedenti cessate il fuoco. Stiamo parlando di un’organizzazione terroristica votata alla distruzione di Israele”. Obama: “Lo ripeto. Mi aspetto che Israele interrompa tutte le sue iniziative militari unilateralmente. Le immagini di distruzione che arrivano da Gaza tracciano un solco tra Israele e il resto del mondo”. Netayahu: “E io le dico che la proposta del suo Segretario di Stato, John Kerry, è risultata completamente non realistica, dando ad Hamas vantaggi sia diplomatici che militari”. Obama: “Entro una settimana dalla fine del vostro attacco, Qatar e Turchia cominceranno negoziati diretti con Hamas, basati sui presupposti d’intesa del 2011, inclusi gli obblighi per Israele di rimuovere l’assedio e tutte le restrizioni su Gaza”. Netanyahu: “Turchia e Qatar sono i più grossi sostenitori di Hamas. È impossibile contare su di loro come possibili mediatori”. Obama: “Ho fiducia nella Turchia e nel Qatar. Israele non è nella posizione di potersi scegliere i suoi mediatori”. Netanyahu: “Protesto. Perché ad Hamas è concesso di continuare a lanciare missili e a usare tunnel per le sue attività terroristiche”. Obama (interrompendo Netanyahu): “La palla è nel vostro campo e dovete cessare tutti gli attacchi”. Fin qui la gelida telefonata tra i due leader, che, secondo fonti di Gerusalemme, avrebbe segnato il punto più basso mai raggiunto nelle relazioni fra i due Paesi, rispecchiando l’atteggiamento d Kerry al Cairo e a Parigi. Con la differenza che, questa volta, Egitto Israele non compaiono tra i possibili mediatori. Comunque, anche a Washington pensano che Obama si sia fatta prendere la mano nel corso della telefonata e hanno in caricato sia Kerry che Susan Rice (National Security Adviser) di cercare di metterci una pezza. Perché le relazioni con Gerusalemme restano fondamentali. Kerry si è smarcato, rimettendo sul tavolo la questione della demilitarizzazione della Striscia di Gaza e quella del disarmo riguardante “le organizzazioni terroristiche” (ma senza citare esplicitamente Hamas). Kerry ha tuttavia separato questi temi dal negoziato sul cessate il fuoco. Susan Rice, dal canto suo ha fatto un giro di valzer di 180 gradi, giustificando ampiamente il diritto di Israele all’autodifesa a fronte della marea di razzi in arrivo dalla” Striscia”. Lo stesso tentativo Usa è stato utilizzato all’Onu, anche se fonti del governo israeliano ribadiscono che, questa volta, Obama l’ha fatta grossa, e sarà particolarmente difficile cercare di calmare gli animi. Anzi, dicono sogghignando a Gerusalemme, la Casa Bianca ha offerto un assist insperato a Netanyahu, dandogli la possibilità di stringere un patto d’acciaio con l’Egitto e l’Arabia Saudita. Gli altri due grandi delusi dalla politica mediorientale seguita dai pensatoi a stelle e strisce, dopo la clamorosa svolta dell’anno scorso a favore dell’Iran. Obama aveva promesso di fare carne di porco della Siria. Minacce di sguincio rivolte al presidente-dittatore Assad, missili sulle rampe di lancio, truppe pronte a scatenare il finimondo partendo dalla Giordania, rapporti eccellenti con i ribelli sunniti, schermaglie diplomatiche con Putin e, last but not least, giochi di “quasi-guerra” con gli ayatollah iraniani. Poi è successo qualcosa che ha fatto diventare “vincente” la cosca quasi perdente dei suoi consiglieri di politica estera. Il venerdì prima dell’attacco programmato contro la Siria, il mondo fremeva, i pacifisti marciavano in tutte le direzioni e Obama passeggiava nervosamente nei giardini della Casa Bianca. Il suo istinto gli diceva che la cosca “guerrafondaia” dei suoi adviser, che già lo aveva inguaiato in Egitto e in Libia, al tempo della Primavera araba, stava per fare nuovi danni. Così ha cercato altre strade per allungare il brodo. È stato il prezzo, salato, che ha dovuto pagare al suo disegno di rimettere le cose a posto senza sparare un colpo. A questa bella pensata, ideata anche per risolvere il contenzioso sul nucleare degli ayatollah, aggiungeteci una spruzzata di Primavera araba, il conseguente dilagare di figli, nipoti, parenti e vicini di casa di al Qaida in tutto il Medio Oriente e i salti della quaglia riguardanti vecchie e nuove alleanze e il quadretto sarà completo. Da qui alle elezioni di “medio termine” (a novembre), fino a giungere agli interminabili negoziati con gli ayatollah, è probabile che Obama di telefonate burrascose come quella con Netanyahu dell’altro giorno, ne dovrà ancora fare tante. Semprechè gli ex fedeli alleati, nel frattempo, non abbiano cambiato numero

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