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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Irak, il fallimento della “exit strategy”


di Piero Orteca

 Notizie (incontrollate) diffuse ieri sera dalla tv degli Emirati, Al Arabiya, annuciano il grave ferimento (“critically wounded” dicono testualmente i reporter) e persino la morte del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell’IS, l’organizzazione di fondamentalisti islamici che sta mettendo a ferro e fuoco Irak e Siria. Il “califfo” sarebbe stato colpito durante un bombardamento condotto da aerei americani ad al-Qaim, nella provincia di Anbar, al confine siro-irakeno. L’imbeccata sul raid e sulle sue conseguenze arriva da fonti tribali, riprese dall’emittente del Golfo. Fonti da prendere con le molle, perchè la stessa notizia era già stata fatta circolare (ad arte?) due mesi fa, quando era stata poi smentita dal Pentagono. Comunque sia, anche se gli americani non dovessero aver fatto tombola con l’eliminazione del “Califfo”, pare che l’attacco abbia effettivamente fatto alcune vittime nello Stato maggiore dell’IS, che era riunito in una casa. Anche la Reuters cita testimoni dell’attacco, senza tuttavia citare l’eventuale morte di al-Baghdadi. Al di là della notizia (ripetiamo, tutta da confermare) resta il fatto che la strategia americana in Medio Oriente si muove a zig-zag. A Washington gira una storiella: di sicuro, oltre alla morte, c’è solo il fatto che Obama domani penserà esattamente il contrario di quello che aveva detto oggi. Certo, una situazione che è frutto della complessità planetaria, di una globalizzazione sempre più sofisticata, della crisi economica e delle pandemie finanziarie assortite. Ma anche la logica conseguenza di un presidente che si è circondato di un esercito di “adviser”, l’un contro l’altro armati, pronti ad azzannarsi per pochi spiccioli di presunzione o ammorbati dal virus malefico del carrierismo. Così SuperBarack, per ascoltare tutti, ha finito per non ascoltare più manco se stesso, perdendo l’asino (fior di alleati) con tutte le carrube (le elezioni di “Mid-term”). In pratica, ha inguaiato il prossimo “front runner” democratico per la Casa Bianca (Hillary Clinton?) e si è trovato costretto a riscrivere, tutte le mattine, le direttive di “foreign poilicy” che partono dallo Studio Ovale, con l’avvertenza che, nel pomeriggio, potrebbero non valere più. Insomma, ci siamo capiti. Obama scende lungo una bozzuta e ripidissima pista da discesa libera con l’approccio con cui si affronta uno slalom speciale di sci. Alla fine, non si comprende se sia arrivato primo o se si sia fermato per strada a bere un caffè. Perdendo un mare di tempo, perché l’immonda sbobba che vi offrono nei pub americani assomiglia molto a una sciacquatura di piatti con tanto di detersivo. Pigliamo l’Irak. Per uscirsene dal pantano di rogne creato da Bush-figlio, Obama si era inventato una “exit-strategy” che, dopo mille tuffi carpiati, l’ha portato a sbattere sul fondo della piscina. A cui avevano tolto l’acqua. I suoi consiglieri gli avevano garantito, mano sul cuore e sguardo ieratico a fissare la bandiera, che l’esercito governativo di Baghdad (addestrato dall’US Army) avrebbe gestito al meglio la situazione e bloccato qualsiasi deriva fondamentalista. E invece, a smammare si fa presto, ma a contare i danni provocati ci s’impiega un po’ di più. Oggi l’Irak è diventato il regno del “califfo”, Abu Bakr al Baghdadi (buonanima?), e dell’IS, l’Islamic State, che mozzano teste a destra e a manca e che, soprattutto, preparano rovinosi attentati in ogni angolo del pianeta. Al confronto, bin Laden e al Qaida facevano la figura di una squadra di ladri di biciclette. Invece, il “califfo” e i suoi ferocissimi miliziani non saranno altrettanto “raffinati” (si fa per dire) come i talebani, anzi, sembrano proprio una banda di sequestratori della Barbagia, ma si sono modernizzati e hanno persino una rivista elettronica (“Dabiq”), che in uno degli ultimi numeri ha parato in copertina, abbastanza minacciosamente, Piazza San Pietro e il suo obelisco. Sovrastati (chi vuole intendere intenda) da una bandiera nera che rappresenta l’islamismo più estremo e agguerrito. Solo adesso, negli Usa e in Europa, cominciano a prenderli sul serio, dopo averli foraggiati in Siria, contro Assad, con armi di ultima generazione, tra cui (probabilmente) i micidiali missili anti-aereo a spalla (“Stinger”?) capaci di abbattere un velivolo in fase di decollo o di atterraggio. Speriamo, detto tra noi, di non dover fare nell’immediato futuro una tale scioccante esperienza, perché in quel caso sapremmo a chi mandare il conto. Si parlava di “exit strategy”, cioè, per farla corta, della ritirata americana dalla Mesopotamia, terra che fu dei Babilonesi, ma anche di un certo Saddam Hussein (sconfitto, ma tollerato da Bush- padre per motivi che oggi appaiono più chiari anche agli orbi). Ieri è squillata, però, la tromba del “contrordine compagni”. Il New York Times ha pubblicato in prima pagina la notizia che almeno 1.500 soldati Usa torneranno a Baghdad di gran corsa. Si andranno ad aggiungere, alla chetichella, agli altri duemila che sotto forma di “addestratori” già si trovano da quelle parti, e che cercano affannosamente di arginare la rotta dei governativi davanti alle truppe del “Califfo”. Al Pentagono credevano di poter controllare il radicalismo sunnita dell’Irak centro-occidentale, ma non si aspettavano certo di veder esondare, tra il Tigri e l’Eufrate, interi reggimenti di fondamentalisti provenienti dritti sparati dalla Siria. Americani, francesi e inglesi, col sostegno doppiogiochista di qualche Emirato e dei wahabiti dell’Arabia Saudita, ci hanno fatto, insomma, questo bel regalo. Quando Obama, capita l’antifona e dopo aver siglato l’accordo con gli sciiti iraniani, ha cercato di bloccare tutto in una notte (quella dell’ipotizzato attacco missilistico contro Damasco), cambiando le carte in tavola e facendo calare il gelo sulla “Primavera araba” siriana, il banco è saltato. Gli Stati Uniti hanno così scontentato, un poco assai, certi “alleati”: i turchi in primis (infoiati dalla sindrome curda) e poi mezzo Golfo Persico, dove già vedevano gli ayatollah come il fumo agli occhi. Ora il presidente americano si sente preso tra due fuochi. Da un lato persiani e sciiti libanesi (e irakeni) premono per un “gentlemen’s agreement” con Assad, dall’altro egiziani, sauditi e la stessa Ankara, non ne vogliono sapere. Tra le altre cose, la “Primavera” di Damasco sta già costando salatissima all’erario a stelle e strisce, che dovrà sganciare la bellezza di almeno 5 miliardi di dollari per combattere l’IS. Soldi che Obama dovrà chiedere al Congresso ormai occupato elettoralmente dalle truppe cammellate dei Repubblicani, col timore di essere sonoramente spernacchiato. Ricordiamo, ai deboli di memoria, che con la storiella della “esportazione della democrazia”, ai tempi di Bush (figlio) si sono abbuffati petrolieri, armaioli, grassatori e politicanti senza scrupoli, che hanno organizzato, a tavolino, la truffa delle “armi di distruzione di massa” in possesso di Saddam Hussein. Giusto. Ma ora Obama è costretto a rimangiarsi tutto, ingollando la stessa rancida minestra. Semprechè, nel frattempo, non sia riuscito a fare la festa, dopo bin Laden, anche al “califfo”.

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