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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Al Qaida in competizione col Califfo

                                                                                                
di Piero Orteca

 U n ostaggio americano (di origine inglese) Luke Somers e un altro ostaggio sudafricano, l’insegnante Pierre Korkie, sono stati uccisi da militanti di al Qaida nello Yemen, durante un blitz delle forze speciali americane e di unità locali nella regione meridionale di Shabwa. Il presidente Obama ha definito l’eliminazione dei due ostaggi “un barbaro assassinio”. Entrambi erano stati catturati dai miliziani di al Qaida in the Arabian Peninsula (AQAP), una sorta di “filiale” arabica dell’organizzazione creata da Osama bin Laden e ora comandata dal medico egiziano Ayman al Zawahiri. Il gruppo (sunnita) è radicato nella regione orientale dello Yemen e ha preso piede dopo il rovesciamento del presidente Alì Abdullah Saleh in seguito all’ondata di rivolte conosciuta come “Primavera araba”. Il povero Somers sarebbe stato prima catturato da volgari predoni, che poi lo avrebbero rivenduto ai terroristi di AQAP. Secondo Frank Gardner, BBC Security Correspondent, nel caso specifico intolleranze religiose e business si mischiano: i miliziani qaidisti, infatti, avrebbero messo su, nello Yemen, una vera e propria attività di sequestri a scopo di lucro. Solo che americani e inglesi si sono sempre rifiutati di pagare i riscatti fissati, respingendo qualsiasi negoziato. Gli analisti ritengono che AQAP sia entrata in una sorta di truculenta “concorrenza del terrore” con l’Islamic State del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che opera in Irak e in Siria attirando adepti e “convertiti” da mezzo mondo. Il fallito raid era stato ordinato dal presidente Obama dopo che l’intelligence Usa aveva saputo che i terroristi si erano decisi a sopprimere gli ostaggi. Lo stesso presidente ha voluto sottolineare, nella sua dichiarazione, che Somers e Korkie sono stati uccisi dai sequestratori, sgombrando così il campo da congetture riguardanti il cosiddetto “fuoco amico”. Non mancano comunque le prime polemiche. I colleghi dell’organizzazione non governativa di cui faceva parte Korkie, hanno dichiarato che era già stato raggiunto un accordo e che l’uomo avrebbe dovuto essere liberato proprio oggi. Il blitz Usa, hanno aggiunto, ha mandato all’aria tutti piani. Luke Somers, fotoreporter, era stato invece obbligato dai miliziani che lo tenevano prigioniero a lanciare un drammatico appello, attraverso il web, qualche giorno fa. “La mia vita è in pericolo, aiutatemi” aveva detto. Anche la mamma e il fratello erano intervenuti, chiedendo un atto di pietà ai terroristi. Ma non c’è stato niente da fare. Almeno una decina di jihadisti sarebbero rimasti uccisi nell’operazione condotta dalle forze speciali americane, che erano quasi riuscite a liberare i due ostaggi. Notizie non confermate, parlano di un estremo tentativo di salvare Somers e Korkie, gravemente feriti, trasportandoli a bordo di navi Usa posizionate nella regione. L’ostaggio sudafricano, però, sarebbe morto sull’elicottero che lo stava trasferendo, mentre il fotoreporter anglo-americano avrebbe cessato di vivere a bordo della USS Makin Island. Korkie era stato rapito assieme alla moglie, Yolande, che era già stata liberata mesi fa senza che alcun riscatto fosse stato pagato. Si diceva delle polemiche, già alimentate dal fatto che un primo blitz Usa era fallito lo scorso 25 novembre. Ora, il nuovo fallimento pone seri interrogativi sulla strategia complessiva da adottare per cercare di arginare l’avanzata del nuovo fondamentalismo islamico, che sembra scatenato, non solo nel Golfo Persico e nella Penisola Arabica, ma in una vastissima area del pianeta che va dall’Asia Centrale fino alla Nigeria, dove Boko Haram, alcuni giorni or sono, ha fatto 150 morti. Al centro della questione, come in un gioco di scatole cinesi, ci sono vari elementi che si intersecano tra di loro. In primis, il conflitto tra sunniti e sciiti, e poi, non secondaria, la corsa alla leadership del terrore tra al Qaida e l’Islamic State. In questo quadro si inserisce un’altra notizia proveniente dal Pakistan, che annuncia la morte di una delle menti operative dell’organizzazione creata da bin Laden: si tratta di Adnan el Shukrijumah, ritenuto l’ideatore di numerosi attentati in procinto di essere effettuati su treni americani e inglesi. L’uomo sarebbe stato ucciso durante un raid alla frontiera con l’Afghanistan. Certo, proprio dalla competizione tra jihadisti potrebbero scaturire nuove rogne per tutto l’Occidente. Ad esempio, lo potremmo definire “il fascino irresistibile del Califfo”: il numero dei volontari in arrivo dall’Europa che vanno ad arruolarsi sotto le bandiere dell’Islamic State (IS) “non accenna a diminuire”. Parole e musica sono di Gilles De Kerchove, coordinatore anti-terrorismo dell’Unione, il quale ha anche aggiunto che Bruxelles, sulla questione, deve darsi una mossa e agire “più velocemente”. Perchè, aggiungiamo noi, il risveglio potrebbe essere alquanto brusco. Qualche tempo fa il britannico “Guardian” ha rivelato, testualmente, che “Major terrorist attack is inevitable as Isis fighters return”. Detto in parole spicce, “un attacco terroristico di grosse proporzioni è inevitabile, a mano a mano che i combattenti dell’Isis tornano da dove erano partiti”. Cioè dall’Europa. I servizi di intelligence del Vecchio Continente stanno in guardia già da lunga pezza, almeno fin da quando Obama, capita l’antifona, ha cambiato la sua politica mediorientale dalla sera alla mattina, mollando i ribelli anti-Assad in Siria e abbracciando gli ex mortali nemici iraniani. Non solo. Ma pare proprio che la cantilena degli 007 americani verso i governi europei continui a crescere: se non vi guardate le spalle presto potreste avere rovinose sorprese. Insomma, andati in Siria e in Irak “per esportare la democrazia”, francesi, inglesi e tutta la compagnia comunitaria sarebbero a forte rischio di “importare” attentati. Per questo i Ministri degli Interni dei “28” si sono già incontrati una prima volta in Lussemburgo, di gran corsa. I segnali, dicono fonti ufficiose, non sono buoni e c’è l’urgenza di adottare politiche anti-terrorismo concertate “prima che sia troppo tardi”. E se tra il Califfo e i vecchi amici di al Qaida monta la rivalità, in Siria, ormai diventata il paradiso di tutti i terroristi islamici, accanto all’IS opera un nuovo gruppo (chiamato “Khorasan”) che comprende, tra gli altri, Ibrahim al-Asiri, una specie di genio saudita degli esplosivi. A Washington temono che la “concorrenza” e lo spirito di emulazione tra i diversi gruppi jiahadisti possa dare convergenze funeste. La Siria, grazie alla “Primavera araba” imposta dai franco-inglesi e ingoiata a forza da Obama, è ormai diventata una specie di università del terrorismo. E gli “studenti” potrebbero, in qualsiasi momento, cominciare a dare i loro fragorosi esami. 

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