Martedì, 17 Maggio 2022
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Ma Obama “non poteva non sapere”

                                                                                                
di Piero Orteca

 L’ ennesima puntata del “serial” che riguarda la Cia sembra uno di quei polpettoni televisivi sudamericani che durano un millennio. I personaggi vanno e vengono, come in una stazione ferroviaria nell’ora di punta e i copioni sono costantemente stracciati e riscritti senza che (apparentemente) nessuno se ne accorga. Prendiamo l’affaire del momento, quello che riguarda gli “interrogatori brutali” condotti proprio dalle barbefinte della Central Intelligence Agency. La speciale Commissione del Senato Usa, dopo un lavoro durato cinque anni (e costato una barca di dollari) ha prodotto un “report” che documenta i metodi “molto spicci” (per usare un pietoso eufemismo) utilizzati dagli agenti della Cia durante gli interrogatori dei “prigionieri” (presunti terroristi islamici) all’indomani dell’11 settembre. Tutto vero: porcherie e sadismi assortiti, patrimonio di ogni servizio segreto di questo mondo. Anche di quelli appartenenti ai Paesi cosiddetti “democratici”. Brutalità da condannare senza riserve, ma che purtroppo, per gli indignati dell’ultim’ora (anche quelli che vantano un gran pedigree) erano fatti già abbondantemente conosciuti. È proprio questo il punto. Nessuno, specie in America, ha il diritto di “stupirsi” e di recitare la parte del “difensore dei diritti umani” viste le carte sul tavolo. Non quelle prodotte adesso, a peso d’oro, dal Senato a stelle e strisce, ma quelle che già esistevano e che forse erano state frettolosamente fatte finire nel cestino. La cosa puzza, eccome, di bruciato. Le mezze parole già circolavano da una vita e, a dirla tutta, erano state fatte sapientemente decantare, dal momento che nessuno reputava la Cia un collegio di orsoline. Ma una cosa è insinuare, immaginare, magari sbottare nelle segrete stanze, lontani da orecchi indiscreti, e un altro è vedere le carte. Che sono arrivate a carriolate e in tutte le salse, per finire di demolire la già scalcagnata “foreign policy” di Bush, ma anche per mettere un’altra pietra al collo del derelitto Obama, che “non poteva non sapere”. Già diversi anni fa i giornali americani si sono riempiti di documenti ufficiali sugli abusi perpetrati nel corso degli “interrogatori” dei terroristi (o presunti tali) detenuti nelle prigioni di Abu Ghraib, Guantanamo e via discorrendo. Un report della Croce Rossa Internazionale (41 pagine, febbraio 2007, occhio alle date), classificato come “strictly confidential”, e indirizzato a John Rizzo, Acting General Counsel della Cia, conteneva accuse circostanziate sul “trattamento” adottato nei confronti di prigionieri sotto custodia dei servizi segreti. Si andava dal “soffocamento con l’acqua” al “confinamento in una gabbia”, passando per le “docce di acqua gelata”, l’affamamento, la “privazione del sonno attraverso musica ad alto volume”, le “bastonate e le pedate” e il mantenimento in “prolungata nudità”. Quando la palla di neve (o di fango, fate voi) è diventata una valanga, molti congressisti sono schizzati dalle loro poltrone e hanno voluto vederci chiaro. Una speciale Commissione del Senato ha tirato fuori un rapporto, abbastanza stupefacente, di 263 pagine, datato 20 novembre 2008 e zeppo di elementi “esplosivi”. Il documento consentiva già allora di farsi un’idea dello stato dell’arte, ed era frutto dell’analisi effettuata su oltre 200 mila pagine di interrogatori, direttive, circolari, memoranda e via discorrendo. Dunque, a chi “s’indigna” oggi (specie dalle parti della Casa Bianca), rinfreschiamo la memoria. In primis, il rapporto sottolinea come ci fosse un preciso ordine di George Bush (7 febbraio 2002) che invitava a non applicare la Terza direttiva della Convenzione di Ginevra durante il conflitto con al Qaida. In particolare, veniva precisato che “è negato lo status di prigionieri di guerra e ogni protezione legale ai talebani catturati”. Un mese prima (dicembre 2001) il Dipartimento della Difesa aveva chiesto informazioni sulle “tecniche” impiegate per estorcere informazioni a ogni costo, trattando i detenuti “come animali e sottoponendoli al waterboard” (cioè far bere acqua, forzatamente, fino quasi al soffocamento). Da parte sua, il Dipartimento della Giustizia aveva invece rilasciato quattro “memorie” che descrivevano alcune modalità di interrogatorio utilizzate dalla Central Intelligence Agency. La prima è dell'agosto del 2002 e si riferisce alla “torchiatura” di Abu Zubaydahd, un terrorista specialista di logistica. Nei “report” si parla esplicitamente, di “sleep deprivation” (privazione del sonno), e inoltre di “denudamento”, non specificate “manipolazioni dietetiche”, “facial slap” (letteralmente gragnuole di schiaffoni), di “waterboarding” e, a conclusione di tale panorama di amenità, di “confinamento tra gli insetti”. Cinque anni fa (sempre occhio alle date) abbiamo scritto che “lo scandalo, come appare ovvio, non è solo rappresentato dal fatto che tali abusi si siano verificati. Non siamo nati ieri, e le carognate dei servizi segreti sono state da sempre ecumenicamente condivise a qualsiasi latitudine. Indignarsi è una cosa naturale, meravigliarsi un poco meno, anche se, personalmente, lo slogan à la guerre comme à la guerre non ci ha mai convinti. Semmai, ed è il nocciolo della questione, il lato abbastanza sconvolgente della vicenda è che tutto sia stato stabilito attraverso circolari e carte bollate. Come se fosse una cosa normale, per la più grande democrazia del mondo, emanare ordini di servizio che prevedono quanti scarafaggi mettere nella minestra dei detenuti o a che ora sia necessario prenderli a calci nel sedere. Bene, da allora sono stati cavoli neri per Obama, stretto tra la necessità di salvare la faccia di fronte al pianeta e l’esigenza di ricondurre gli 007 di Langley sulla retta via, cercando di evitare il boomerang delle commissioni d’inchiesta, che avrebbero finito per esporre al pubblico ludibrio (come adesso è puntualmente avvenuto) l’operato della Cia. “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto non ne sogni la tua filosofia”. L’Amleto di Shakespeare sintetizza in questa celebre frase come i buoni propositi e i grandi sogni cozzino spesso contro gli alchemici misteri del destino. È quello che ha sostenuto David Rohde su Foreign Policy parlando della cosiddetta “Dottrina Obama”. Doveva usare la tecnologia per salvare l’ambiente, produrre energia pulita e migliorare la produzione industriale – ha scritto il giornalista - invece ha allargato, più di qualsiasi altro predecessore, le attività segrete della Cia, autorizzando una marea di “uccisioni mirate” e dando il via libera a quasi 250 micidiali strike con i “drone” (gli aerei senza pilota). Sei volte più di Bush. Indignarsi è facile, essere conseguenti un poco meno. 

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