Giovedì, 19 Maggio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Le mani del “Califfo” sulla Libia

                                                                                                 di Piero Orteca

Un immondo carnaio dove tutti sparano a tutti, ormai diventato il “terminal” in cui convergono tagliagole, briganti, fuorilegge, spietati assassini e feroci fondamentalisti in arrivo da mezza Africa e dal Medio Oriente. Questa è oggi la Libia dopo l’intervento “umanitario” della Francia, quello sconclusionato (e che nessuno ha mai veramente capito) dell’Inghilterra di Cameron e dopo la “esportazione della democrazia” tentata dall’America obamiana, che, per la verità, è sembrata più subita che veramente pensata dalla Casa Bianca. Dettagli. La verità è che Obama, per correre appresso a uno sprovveduto (e avido) come Sarkozy ha inguaiato tutto l’Occidente, isole comprese, in quella che dev’essere considerata, senza ombra di dubbio, la fesseria più eclatante commessa in politica estera durante i suoi due mandati presidenziali. E siccome le disgrazie non arrivano mai da sole, ma quasi sempre in compagnia, la notizia delle notizie è che in Libia vanno prendendo sempre più piede le milizie del “Califfo”, al cui confronto i gruppi di al Qaida sembrano tante congreghe di chierichetti. La cosa già si sapeva da mesi, ma in queste ultime settimane il processo di “califfizzazione” dalle parti di Tripoli si è accentuato, cogliendo molti (a cominciare dagli americani) alla sprovvista. Ad accendere ufficialmente la sirena d’allarme è stato Aref Ali Nayed, ambasciatore libico in Arabia Saudita, il quale ha spiegato che con l’Islamic State e la sua capacità di espansione si scherza poco, viste anche le qualità “propagandistiche” dimostrate dal “Califfo”. Nayed lo ha spiegato anche agli americani, ai quali è preso un colpo: non pensavano che la minaccia arrivasse così lontano e tanto velocemente. L’IS controllerebbe già almeno sette città libiche e su altre dieci starebbe estendendo i suoi tentacoli. Grazie all’idiozia dei francesi, insomma, che si sono liquidati Gheddafi per i loro trucidi interessi (petrolio, uranio e via di questo passo), oggi Tripoli sta diventando la testa di ponte del terrorismo jihadista verso l’Europa. Là arrivano tutti i giorni ceceni, yemeniti, algerini, tunisini, pronti a fare il salto della quaglia oltre il Mediterraneo. I recenti attacchi terroristici all’Hotel Corinthia e ad alcuni terminali petroliferi sono la prova clamorosa che il fondamentalismo islamista dilaga in tutta la Libia. Particolarmente interessate al fenomeno sono le aree di Derna e la regione di Bengasi, dove un kamikaze ha fatto due morti facendosi esplodere con la sua vettura. Combattimenti sono in corso anche a ridosso del porto, dove le milizie di Ansar al-Sharia, vicine ad al Qaida ma, secondo alcuni analisti, già infiltrate dal “Califfo”, tentano di bloccare uno dei principali scali commerciali del Paese. Intanto, fonti israeliane hanno rilanciato la voce che l’IS avrebbe catturato il grosso campo petrolifero di al-Mabrook, vicino a Sirte. I pozzi di greggio costituiscono, come in Siria, il principale bersaglio degli attacchi del “Califfato”. Si diceva della crescente preoccupazione Usa per una situazione che sta progressivamente scappando di mano. Il generale Vincent Stewart (capo dei Servizi segreti del Pentagono) ha rivelato, a denti stretti, che negli ultimi tempi “almeno 20 diverse organizzazioni terroristiche si sono unite all’Islamic State in un’area che comprende Egitto, Libia e Algeria”. Notizia ferale, subito confermata dalle voci che arrivano dai diversi fronti. In particolare, oltre alla Libia, è l’Egitto (nord del Sinai) a destare crescenti preoccupazioni. Il “Califfo” cerca un collegamento con la Striscia di Gaza, cioè con quello che viene considerato un potenziale serbatoio terroristico “ad alta infiammabilità”. Attacchi sono stati condotti contro posti di polizia egiziani a Rafah, El Arish e Sheikh Zuweid e fin dentro le città di Suez e Porto Said. Secondo i Servizi segreti israeliani i terroristi islamici non sono arrivati dall’Egitto, dove i controlli sono strettissimi, ma sarebbero partiti dalle loro basi in Libia. In particolare, un gruppo, infiltrato nel Sinai, mirerebbe a colpire obiettivi in Israele e, soprattutto, a condurre azioni eclatanti nel Canale di Suez, magari attaccando qualche petroliera in transito. Tra le sigle islamiste comparse di recente, ci sarebbe quella di Katibat al-Battar, fondamentalisti anti-Gheddafi sostenuti da francesi e americani e successivamente “emigrati” in Siria per combattere contro Assad assieme al “Califfo”. Tutto questo mentre il governo effettivamente riconosciuto, quello di Abdullah al-Thinni, gode di maggiore autorità all’estero che non all’interno della Libia, dove viene combattuto da tutti in un’orgia di scontri tribali. Che il fondamentalismo islamico più estremo sia ormai fuori controllo, è anche testimoniato dalla crescita esponenziale di attacchi e uccisioni contro i cristiani copti. In particolare, a essere nel mirino dei terroristi sono gli abitanti dei distretti dove l’IS sta dilagando: Tripoli, Barqah e il Fezzan, nel sud. Si tratta di milizie islamiche preesistenti che hanno scelto di mettersi sotto l’ombrello del “Califfo” aderendo alla sua politica e sposando le sue strategie sanguinarie. A Derna e Bengasi, per esempio, opera il gruppo Majilis Shura Shabab al-Islam (pare sia quello coinvolto nell’attacco all’Hotel Corinthia). Testimoni raccontano di come siano improvvisamente cambiati i ritmi della quotidianità. Sradicati i distributori di sigarette, fatti scomparire gli “scandalosi” manichini dalle vetrine dei negozi, i nuovi “califfi” sono arrivati al punto di bombardare un parrucchiere, evidentemente ritenuto “blasfemo”. A quanto pare, sono state alcune unità della brigata islamista al-Battar, che combatteva in Siria contro Assad, ad essere incaricate di educare le masse libiche (coi kalashnikov) al nuovo verbo. Anche in Libia le truppe del “Califfato” hanno approfittato, come in Siria e Irak, della fase di debolezza degli islamisti legati ad al Qaida, nel caso specifico le milizie di Ansar al-Sharia, e stanno cercando di soppiantarli. Più in generale, l’IS sta sfruttando le fratture esistenti all’interno di tutti gli strati sociali libici per intrufolarsi e far valere le proprie strategie, inoltre sta facendo man bassa delle armi veicolate dai brachettoni franco-americani e che ora sono facilmente reperibili per essere girate contro tutto l’Occidente. Eliseo e Casa Bianca si dividono a metà le colpe per il madornale errore commesso in Libia, dove hanno fatto fuori un dittatore loro ex “amico” per aprire la strada a una torma di lupi inferociti e indottrinati dall’Islam più retrivo e sanguinario. Altro che esportazione della democrazia! Nemmeno un ebete in servizio permanente effettivo (e ce ne sono tanti in giro) crederebbe più alla favola dell’intervento in nome della “libertà” e dei “sogni repressi”. Balle. Oggi ci ritroviamo, specie noi siciliani e i meridionali più in generale, col “Califfo” ai piedi del letto (e che il Signore ce la mandi buona), per colpa di quattro cialtroni assetati di petrolio e uranio che pensavano di giocare ai soldatini. Sulle nostre spalle.  

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