Giovedì, 19 Maggio 2022
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Obama mette in guardia Israele

                                                                                                    di Piero Orteca

Tra Barack Obama e “Bibi” Netanyahu, premier israeliano uscente (e rientrante) volano stracci. Il leader mediorientale, abbastanza a sorpresa per tutti (anche per la Casa Bianca), ha stravinto le elezioni anticipate, vanificando tutti gli sfonda-piedi mediatici e diplomatici confezionatigli contro, negli ultimi mesi, dal presidente Usa. O, meglio, suggeriti a Obama dalla squadra vincente (per ora) dei suoi tremila “adviser” (consiglieri) che sgomitano nello spinoso campo delle relazioni internazionali. Certo, Usa e Israele restano partner privilegiati; anzi, sono ancora “alleatissimi”. Più per convenienza, tanto per capirci, che per reale feeling di affettività politica e culturale, specie in questo preciso momento storico. Ma cosa è successo veramente? Netanyahu è riuscito a capovolgere le più nere previsioni fatte dagli analisti, puntando ancora una volta sulla necessità di garantire, prima di ogni altra cosa, la sicurezza e la sopravvivenza dello Stato d’Israele. Per cui i temi della crisi economica che, all’europea, venivano ritenuti prioritari ed erano stati cavalcati dalla sinistra, sono andati a farsi strabenedire. “Bibi” finora ha guidato un governo di coalizione di centro-destra, che si è contraddistinto per aver fatto sistematicamente tutto il contrario di quello che, di volta in volta, auspicava (leggasi «suggeriva») la Casa Bianca. Apriti cielo. Obama, per la legge della reciproca antipatia, gli ha remato contro, fino a brigare apertamente col blocco di centro-sinistra (Herzog+Tzipi Livni) per fargli perdere rovinosamente le elezioni e aggiustare, a tavolino, l’ennesimo cambio di cavallo nel tormentatissimo Medio Oriente. A Washington sono convinti (e non sbagliano) che la coalizione di centro-sinistra sarebbe stata partner ideale per cercare una soluzione diplomatica ai millanta problemi di Israele. Che poi si legano a braccetto con l’altro sacco e una sporta di rogne che affliggono la regione. Invece qualcuno (più di uno, per la verità) ha sbagliato i conti e ora Obama si ritrova di faccia il vecchio e spigoloso amico-nemico, ringalluzzito per la vittoria, imbufalito per il “tradimento” della Casa Bianca e deciso a togliersi pietre, pietruzze e puntine da disegno dalla scarpa. Insomma, se prima Netanyahu considerava Obama come un alleato un po’ brachettone, ora lo sopporta come una zaffata di anidride solforosa al naso. E, viceversa, il presidente Usa ritiene la conferma di Netanyahu al premierato israeliano come la peggiore delle disgrazie. Ma tant’è: i due sono costretti a convivere e a far finta di sorridere mentre stringono dietro le spalle un kriss malese intinto nel curaro. Non si sopportano, e abbiamo detto tutto. Quando, mercoledì scorso, è apparso chiaro che “Bibi” aveva ormai vinto, a Obama è caduta una bagnarola di acqua gelata sulla schiena e, per la rabbia, si è rifiutato di toccare il telefono per farfugliare un benché minimo augurio di circostanza. Lo ha fatto per primo il Segretario di Stato, John Kerry, con qualche blablabla sibilato a denti stretti, per salvare le apparenze. Ma lo hanno anche fatto con più trasporto, il che è tutto dire, molti esponenti repubblicani di primo piano, come Jeb Bush e Marco Rubio. In effetti, il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha detto che Obama «avrebbe chiamato Netanyahu nei prossimi giorni», valutando nel frattempo «il suo comportamento sul problema palestinese». E la pezza è stata peggio del buco, perché i rapporti si sono ulteriormente irrigiditi. Obama ha poi telefonato giovedì sera, anche se non si è ben capito se l’ha fatto per le congratulazioni o per lanciare un paio di minacce di sguincio. Da parte sua, Netanyahu ha formalmente ribadito «la solidità dell’alleanza con l’America», ma ha contemporaneamente fatto sapere, urbi et orbi, che i suoi rapporti con Egitto, Arabia Saudita e Turchia sono ormai di ferro, vista la «cointeressenza» davanti alla rogna delle rogne: il programma nucleare iraniano. Ergo, Gerusalemme, di fatto, ha trovato altri compagni di strada e può anche tenere a bagnomaria gli aiuti strategici in arrivo dagli Stati Uniti, prima ritenuti questione di vita o di morte. Obama successivamente ha contro-reagito sparando a palle incatenate su Netanyahu. Per la prima volta nella storia delle relazioni tra i due Paesi ha fatto sapere che Washington potrebbe non utilizzare il «diritto di veto» al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per bloccare qualsivoglia risoluzione contro Israele. Una “bomba” diplomatica che rischia di avere lo stesso peso di quella atomica messa in cantiere dagli ayatollah. La seconda minaccia targata Casa Bianca è quella di aggirare il Congresso Usa (oggi a maggioranza repubblicana) portando direttamente alle Nazioni Unite le proposte riguardanti l’affaire palestinese. In questo gioco di ripicche e contro-ripicche s’inserisce la novità diplomatica annunciata da Netanyahu, e cioè quella di abiurare l’impegno, preso sei anni fa, di accettare la soluzione «a due Stati» per risolvere il contenzioso che riguarda i Territori occupati. Manovra chiaramente propagandistica (e ora smentita) per vincere le elezioni. Certo, il Likud di “Bibi” dovrà per forza appoggiarsi ai partiti di destra, tra cui il “Beiteinu” del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, il moldavo ex buttafuori nelle discoteche che pesca molti dei suoi voti tra i coloni in arrivo dall’Est Europa. Fra le altre cose, Netanyahu deve anche minimizzare la grana familiare causatagli dal figlio Yair, fidanzato con una norvegese. Cosa malvista dai “duri e puri” ortodossi. Comunque, a dirla tutta, anche Obama deve stare attento a salvaguardare le possibilità del Partito Democratico (se ancora la cosa gli interessa) di poter tornare alla Casa Bianca dopo le elezioni del 2016. La lobby ebraica negli Stati Uniti conta assai e inimicarsela potrebbe voler dire gettare la presidenza dalla finestra, a vantaggio del prossimo “front runner” repubblicano. Gli ebrei d’America hanno un peso elettorale non indifferente (specie nel New England) e, inoltre, sono dei formidabili contributori al “fund raising”, la raccolta dei finanziamenti indispensabili per sostenere qualsiasi campagna per le presidenziali. Comunque, se il candidato democratico dovesse essere Lady Clinton, allora siamo sicuri che Obama una bella spinta alla Casa Bianca gliela darà di sicuro. Magari dopo avere aperto le finestre del secondo piano.

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