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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Bin Laden ucciso
a sangue freddo

                                                                                                    di Piero Orteca

 Adesso la frittatona con due dozzine d’uova è bell’e fatta per Barack Obama: sulla cattura (e susseguente assassinio) di Osama bin Laden ha mentito come un predone circasso. Per carità, nessuno si sogna di dare lezioni di “etica” a chi, comandando il più importante Paese del mondo, può permettersi licenze di “realpolitik”. Che lo portano, però, a fare la figura del pataccaro. È bene dunque mettere subito in chiaro le cose, specie per coloro che pensano, un poco assai ingenuamente, come, in politica internazionale, possa essere comunque tracciata una linea di demarcazione tra buoni e cattivi. No, non è così facile. Questa volta, scioltasi la neve, si sono visti subito i fossi. In pratica, la “memorabile” operazione che consentì di eliminare il capo di al Qaida, non fu farina del sacco americano, ma scaturì da un’articolata sequela di ricatti e contro-ricatti, conditi da un abbondante bagno di dollari e da una serie di poco dignitosi sbracamenti dei servizi segreti Usa. I quali, incapaci per anni e anni di mettere il sale sulla coda a bin Laden, furono obbligati ad alzare la “taglia” per comprarselo con tutto il turbante. Altro che sofisticate analisi della Cia e coraggiosi “blitz” dei Navy Seals! Bin Laden se lo sono sbolognato ingloriosamente i servizi segreti pakistani, in cambio di una barca di dollari e di altri “benefits” e“facilities”. I rumors su questa nebulosa vicenda sono aleggiati fin dal primo momento, e chi ha avuto buone fonti d’informazione ha potuto, da subito, sbertucciare per amor di verità, gli 007 americani e tutta la compagnia di processione dello Studio Ovale, a cominciare dal National Security Council, per finire con lo stesso presidente. Al tempo che fu (è storia, nessuno cerca medaglie sul campo) il nostro giornale titolò, assieme ad alcune testate estere, a tutta pagina: “Bin Laden? Se lo sono venduto i pakistani” (domenica 8 maggio 2011). Inutile dire che la notizia venne immediatamente (e maldestramente) smentita dalla Casa Bianca, ansiosa di prendersi tutti i meriti e desiderosa di non coinvolgere le autorità di Islamabad in una pericolosa spirale di possibili ritorsioni. Calata una pietra tombale da una tonnellata sulla vicenda, si evitò, prudentemente, di ritornare sull’argomento. Fino all’altro giorno, quando un articolo pubblicato sulla prestigiosa London Review of Books, ha tolto gli scheletri dall’armadio, dando del bugiardo e millantatore a Obama e liquidando, senza troppi giri di valzer, i servizi segreti americani come congrega di sprovveduti. Ovviamente la Casa Bianca, colpita al “cerebro”, si è preoccupata di emettere un folgorante comunicato “negazionista”, affermando che quelle descritte nella rivista erano circostanze “palesemente false”. Ma, come tutti sanno, una “smentita”, specie se raffazzonata, è come una notizia “data due volte”. E, infatti, Obama è stato immediatamente messo nel tritacarne mediatico, con giornali e televisioni che, nel migliore dei casi (per lui) hanno parlato di dubbi consistenti sulla versione ufficiale dell’operazione anti-bin Laden, mentre altri non hanno perso tempo e hanno cominciato a sparare a palle incatenate. Il problema, per la credibilità di Obama, è che le accuse (circostanziate) questa volta arrivano da Seymour M. Hersh, un monumento vivente del giornalismo a stelle e strisce. Stiamo parlando di un signore che nel 1970 ha vinto il Premio Pulitzer per la sua cronaca del massacro di My Lai, in Vietnam, e che, onusto di glorie e di allori, si è guadagnato un paniere di onorificenze assortite (George Orwell Award, due Premi National Magazine e ben 5 Polk Awards). Hersh è famosissimo in America per le sue coraggiose campagne di “contro-informazione” che gli hanno procurato molti estimatori e qualche critica, perché non ha mai voluto rivelare le sue fonti, per non “bruciarle”. La verità è che, può piacere o no, quando Seymour Hersh rivela qualcosa, comunque sia, cadono le balconate, nel senso che fa “audience”e spesso mette in crisi personaggi ritenuti “intoccabili”. E qui la faccenda si fa complicata, perché i volubili umori dell’elettorato americano potrebbero essere in qualche modo influenzati dal macigno lanciato nello stagno da Hersh, non solo contro Obama (tutto sommato tranquillo, perché giunto al suo secondo mandato), ma soprattutto, indirettamente, contro Hillary Clinton, prossimo candidato democratico alla Casa Bianca e Segretario di Stato all’epoca del fattaccio. Dunque, secondo Hersh e le sue “gole profonde” (tutta gente dei Servizi) la cronaca dell’assalto al “compound” di bin Laden ad Abbottabad (Pakistan) è stata inventata di sana pianta, per coprire le inefficienze delle Amministrazioni Usa (prima quella dei repubblicani e poi quella degli obamiani). Addirittura Hersh paragona la ricostruzione ufficiale di Obama al libro di Lewis Carroll su “Alice nel paese delle meraviglie”, una storia a metà tra favola e colossale panzana per turlupinare i gonzi (e prepararsi il terreno, fin dal maggio 2011, alla rielezione). La verità è che l’ISI, il servizio segreto pakistano, teneva al lazo bin Laden da anni e lo utilizzava come gallina dalle uova d’oro. Da ultimo, davanti a 25 milioni di dollari (quelli che si sanno) e a tutta un’altra serie di valutazioni (interessate) i pakistani hanno deciso di mollare l’osso costruendo, assieme alle comparse spedite da Washington, una sceneggiatura di cartone, con tanto di Settimo cavalleria e squillo di trombe per annunciare che “arrivano i nostri”. Ma quando mai. Il capo di al Qaida era agli “arresti domiciliari” dopo essere stato beccato dai pakistani nel 2006 sull’Hindu Kush. Era molto ammalato, tenuto a pastina scaldata e termocoperte, forse addirittura su una carrozzina, e sorvegliato notte e giorno dagli agenti dell’ISI, che poi se lo sono venduto di seconda mano, quando ormai non contava più niente e le redini di al Qaida le aveva prese Ayman al Zawahiri. In pratica, dice senza troppi peli sulla lingua Hersh, gli americani hanno sparato in testa a un invalido nel quadro della campagna di “omicidi mirati” della Cia. Autorizzati, aggiungiamo noi, da Sant’Obama, eletto patrono dai benpensanti di mezzo mondo. I quali troppo spesso dimenticano che è il presidente americano. E fa il presidente americano. Punto. Insomma, a parte l’ordine partito dallo Studio Ovale e la presenza “scenografica” dei Navy Seals chiamati a condurre l’operazione, tutto il resto è una cofanata di bugie (alcune grossolane) costruite per salvaguardare le terga dell’ex senatore nero dell’Illinois e, a scalare, di tutta la sua Amministrazione di belle speranze. E poi, ammazzare a sangue freddo l’ormai storpio e inoffensivo bin Laden, è servito a eliminare un testimone scomodo. Anzi scomodissimo. Uno che conosceva tutte le corbellerie commesse dagli americani in Afghanistan e che forse avrebbe anche potuto rivelare i misteri eleusini dell’11 settembre. 

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