Mercoledì, 16 Ottobre 2019
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OSSERVATORIO INTERNAZIONALE

Un accordo dai risvolti imprevedibili

                                                                                                       di Piero Orteca

Il “lato debole della difesa” è un concetto mutuato dagli sport di squadra. In pratica è quello dove non c’è la palla, che in quello stesso momento viene giocata nell’altro lato del campo. È questo il motivo per cui i difensori spesso abbassano la soglia di attenzione e vengono “attirati” fuori zona. Esponendosi al contropiede micidiale dell’avversario. Si dirà: ma che c’entra tutto questo con la politica internazionale? Beh, facciamo un veloce “copia e incolla” e ce ne renderemo subito conto. Per ora il “campionato” si gioca tutto dalle parti della Grecia e così le altre aree di crisi sono state momentaneamente messe da parte dall’opinione pubblica e (ciò che è più grave) dalle Cancellerie. Iran, Medio Oriente, “Califfato”, terrorismo e via discorrendo sono passati in secondo piano, nell’attesa che l’Europa esali l’ultimo respiro o salvi il salvabile, all’ombra del Partenone (uscendo comunque con le ossa rotte, tanto per far capire che c’è poco da festeggiare). Dunque, gli amici di cui sopra, con keffiah, cammelli, barracano e kalashnikov potrebbero tornare clamorosamente alla ribalta anche domani mattina, facendoci andare l’accordo con la Grecia di traverso. E ricordandoci che l’Europa è sì nei nostri cuori, che è certo fondamentale non morire di fame, ma che è ancora più importante non saltare per aria nel nome della jihad. Insomma, chi si è guardato si è salvato, perché nel frattempo è successo qualcosa di eclatante, anche se i titoloni di prima pagina se li è presi (meritatamente) tutti Tsipras. In pratica Abu Bakr al-Baghdadi (nome all’anagrafe del “Califfo”) ha vinto con sei mesi d’anticipo la lotteria di Capodanno. E il biglietto vincente gliel’ha spedito, infiochettato in un pacchetto coi nastrini, nientemeno che Barack Obama, zompando come un bufalo cafro in un negozio di cristallerie per firmare, costi quel che costi, il trattato sul nucleare con gli ayatollah iraniani. Vista la metafora, non sappiamo quanti vasi, portacenere e statuette abbia fracassato il presidente Usa. Ma sicuramente sono assai. Lungi da noi l’idea di criticare per partito preso le scelte di Obama in politica estera. Però…però ha chiuso una porta (di crisi) con l’Iran e ha aperto una sfilza di portoni (di guerra) con Israele e tutto l’universo sunnita, già in subbuglio dopo i catastrofici errori commessi in occasione delle Primavere arabe. Abbiamo già scritto che l’accordo Iran-Stati Uniti (di questo essenzialmente si tratta, perché gli altri partner del 5+1, per motivi diversi, non avevano interesse a mettersi di traverso) è la logica conclusione di un disegno politico e diplomatico che ha portato Barack Obama, già da un paio d’anni, a un quasi-rovesciamento delle alleanze in tutta l’area che dalla Mezzaluna nordafricana arriva fino al Golfo Persico. È anche la conferma che, nel mondo attuale, complessità, imprevedibilità e ingovernabilità camminano a braccetto, e le relazioni internazionali si muovono sulla lama di un coltello. La verità è che la Casa Bianca ha fatto un ragionamento più “globale”. Ha scelto di sostenere lo sciitismo contro la componente islamica sunnita, che si è fatta sempre più aggressiva e vicina alle ali estreme del terrorismo (al Qaida e l’Isis). Questa strategia non è senza conseguenze, e qui torniamo al “negozio di cristallerie” preso a cornate. Da oggi in poi Israele, sauditi, emiri del Golfo Persico, pakistani e un altro lungo elenco di arrabbiati potranno reagire in maniera diversa. Ma chi starà facendo salti di gioia per come si sono messe le cose è proprio il “Califfo” che, dopo questa dimostrazione di “comparanza” tra Usa e sciiti, raccoglierà legioni di fedeli sunniti strappandoli al blocco moderato. Un guaio di cui ancora non si distinguono i confini, ma che gli israeliani, letteralmente inferociti, hanno più chiaro di tutti. Intanto Netanyahu va ripetendo che l’accordo ha le limitazioni di Pulcinella e che le maglie larghe dei controlli consentiranno agli ayatollah di costruirsi con calma un arsenale zeppo di bombe atomiche «nell’arco di dieci anni». E qui bisogna fare una pausa di riflessione, perché qualcuno bara. Clamorose notizie “di sguincio” in arrivo da Gerusalemme (da prendere quindi col bilancino) parlano di un altro scenario. Fonti del Mossad avrebbero ammesso di «essersi sbagliate» e che sostanzialmente gli iraniani non volevano costruire la Bomba, ma solo rivendicare la scelta di diventare «potenza nucleare» (per usi civili). Come si vede, gira e rigira, lo scenario viene messo sottosopra. E il bersaglio indiretto di cotanta rivelazione potrebbe addirittura essere il presidente americano stesso, che ha fatto premura a tutti per chiudere un accordo di cui, a questo punto, non c’era alcuna urgenza. Un vero pastrocchio. Anche perché Obama, nell’anno che precede le elezioni alla Casa Bianca, deve già affrontare l’offensiva dei repubblicani, che minacciano di affondare lui (e Hillary Clinton che gli sta necessariamente attaccata) con tutto il trattato. Siamo di fronte, insomma, a un vero corso accelerato di Teoria dei Giochi, dove tutti mentono o dicono la verità a seconda di come cambiano i bussolotti politici che interessano in quel momento. E visto che i veleni si sprecano e che come inchiostro viene ormai usato il curaro, diciamo che un think-tank israeliano ha pubblicato una “chicca” riguardante gli ingombranti “alleati” americani, ritenuti dei veri brachettoni. Dunque, l’intesa sottotraccia (e molto controversa) tra Stati Uniti e ayatollah risalirebbe nientemeno che a Jimmy Carter. A Gerusalemme hanno tirato fuori una notizia di quelle che istigano al suicidio: il presidente Usa dell’epoca, durante la sua visita ufficiale a Teheran, fece un brindisi bagnandosi le labbra con la lingua biforcuta. Rassicurò lo Shah, Reza Pahlavi, che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso un suo rovesciamento da parte del clero sciita e che l’Iran, garantiva lui, sarebbe rimasto «un’isola di stabilità». Nello stesso momento, scrivono perfidamente gli israeliani, il Segretario di Stato Usa, Zbigniew Brzezinski, s’incontrava con l’ayatollah Khomeni per fare le scarpe proprio allo Shah. Insomma, secondo gli analisti di Gerusalemme gli americani sono dei veri maestri in materia di giri di valzer in politica estera e c’è poco da fidarsi. Miele per l’orecchio dell’Isis, ma anche per tutti quei sunniti che cominciano a vedere la bandiera a stelle e strisce come il fumo agli occhi. D’altro canto, manca ancora un anno e mezzo alle prossime elezioni per la Casa Bianca. Con Hillary Clinton che per Netanyahu e company, che battono già gli zoccoli nella polvere e lanciano fuoco e fiamme dalle narici, fa la figura del drappo rosso davanti a un toro. Non la possono digerire e, state sicuri, da qui al novembre 2016 le rivelazioni “sensazionali” si sprecheranno.

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