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L'INTERVISTA

Quando il business
si concilia con il sociale

di Fausto Cicciò 

E’ possibile sfatare la convinzione che il business, l’alta finanza ed i “grandi affari” non si concilino mai con gli interessi dei cittadini? Sembrerebbe di sì stando a JP Morgan e Rockefeller Foundation che nel 2008 hanno coniato l’affascinante concetto di Social impact investment. 

Questa “miracolosa” formula sarebbe capace di  fornire (grazie ai Social impact bond) sia ritorni economici, sia equi benefici a cittadini e imprenditori attraverso “investimenti fatti da aziende, organizzazioni e fondi con l'intento di generare un impatto benefico e misurabile sul sociale e sull’ambiente”. 

Un’ipotesi presa sul serio dal G8 che nel 2013, sotto la presidenza britannica, ha istituito una specifica task force coinvolgendo anche l’Italia. 

Tra i più convinti fautori nel nostro Paese il deputato del Pd Gregorio Gitti (ordinario di Diritto Civile all’Università Statale di Milano), il quale su questo tema nel febbraio scorso ha presentato alla Camera una mozione sul “Piano salva casa”.

- Che cos’è il Social Impact Investment? 

“Sono delle emissioni di debito con garanzia sovrana - risponde Gitti -.  A differenza di quelle tradizionali, sono definite ‘emissioni di scopo’ perché nascono sulla base di un progetto che viene proposto agli investitori dall’amministrazione pubblica. E’ un salto di qualità in termini di capacità organizzativa e attuativa, perché l’ente che lo emette non solo garantisce il valore sociale degli obiettivi prefissati, ma assicura ai creditori anche la fattibilità del progetto. Caratteristica essenziale del Sib (Social impact bond, ndr) è la capacità di restituzione del debito contemplata nel progetto stesso”.

- Lei ricorda sul suo sito web che in Europa, mentre diminuiscono le risorse pubbliche, si moltiplica la liquidità privata (nel 2013 pari a 2,89 trilioni). Si può considerare il social impact una formula sofisticata per arrivare finalmente a una redistribuzione della ricchezza?

“Assolutamente sì. E’ una modalità per creare opportunità per tutti i cittadini. Uno dei possibili progetti riguarda, ad esempio, l’università italiana che in questo frangente si trova a patire una delle crisi finanziarie più dure dal dopoguerra a oggi. Il Sib potrebbe essere una grande occasione per offrire agli studenti più brillanti o ai giovani ricercatori la possibilità di affermare la propria capacità e professionalità in ambito nazionale. Ciò rappresenterebbe esattamente una redistribuzione della ricchezza anche in termini di qualità della vita e di investimento culturale. E’ questo che oggi serve di più al Paese”.

- Quali obiettivi sono stati raggiunti nel nostro Paese grazie alla task force istituita dal G8?

“In pratica, nessuno. L’Italia soffre perennemente di una incapacità di coordinamento. Un esempio per tutti: i fondi europei. Si tratta della stessa inefficienza che ha portato al fallimento del regionalismo italiano, il quale andrebbe finalmente sostituito da un nuovo obiettivo politico: il federalismo europeo. Un nuovo scenario in cui l’Italia, valorizzando le professionalità e le competenze di cui pure dispone, potrebbe svolgere un ruolo da protagonista. Ma servono, ripeto, capacità di individuazione di progetti strategici e capacità di attuazione. Come dicevo, un caso emblematico sono i fondi europei che hanno evidenziato l’inadeguatezza organizzativa delle regioni del Sud. Si pensi a quanto avviene in Calabria e in Sicilia dove, a causa di una spesa frammentaria e clientelare, i fondi Ue, pur sostanziosi nella quantificazione complessiva, sono stati utilizzati con una spesa media per ciascun singolo progetto in quantità nettamente inferiore a quella italiana”.

- Lei sottolinea anche che è possibile fare filantropia ottenendo profitto.

“Ci sono casi non soltanto nel mondo della cooperazione. Un’iniziativa molto meritoria è quella di Maria Giulia Crespi, fondatrice del Fai. Il fondo ambientale, sopperendo spesso alle lacune della pubblica amministrazione, si fa carico della ristrutturazione dei tesori dell’architettura e dell’arte. Una combinazione tra mecenatismo e imprenditoria che da un lato restituisce questi spazi recuperati alla comunità, dall’altro riesce anche a ottenere cospicui ricavi consentendo di alimentare investimenti intorno agli stessi monumenti o aree paesaggistiche”.

- Che funzione potrebbe avere il Social impact investment nelle regioni del Sud, ed in particolare in Sicilia e in Calabria?

“In questo momento sono in vacanza  a Stromboli. E’ un ambiente naturale straordinario in cui, rispetto ad altre realtà, manca l’attenzione anche verso i servizi pubblici di base. Il Sib potrebbe essere uno degli elementi fondamentali in queste aree di eccezionale attrattiva turistica, per gestire i servizi essenziali in forma imprenditoriale, affrontandoli con adeguata competenza e facendo bene attenzione ai costi-ricavi”.

- A tal proposito l’International Finance Corporation, un’istituzione della World Bank, considera il riciclo dei rifiuti tra i sette comparti maggiormente attrattivi per l’impact investment. Un’ottima notizia per le nostre città invase dalla spazzatura?

“Certamente. Per il trattamento dei rifiuti penso sia necessario affidarsi alle nuove e sofisticatissime tecniche utilizzate non solo in Paesi come Austria, Finlandia o Svezia, ma già da molti anni pure in Italia. In diverse province della Lombardia, ad esempio, i servizi pubblici sono gestiti dalla società A2A. E il business più redditizio è proprio quello del trattamento dei rifiuti, grazie al quale, non a caso, hanno sempre proliferato in diversi territori del Meridione aziende contaminate dalle cosche mafiose. E infatti A2A è stata chiamata pure per risolvere la disastrosa situazione di Acerra in Campania. Attraverso il Social impact investment, la redditività garantita dal riciclo dei rifiuti potrebbe essere messa al servizio del debito contratto dalle amministrazioni per la realizzazione degli impianti. Allo stesso modo, anche in Sicilia o in Calabria, con la collaborazione industriale di alcune delle società più capaci e riconosciute sul mercato, gli enti potrebbero porre rimedio ad alcune delle emergenze più evidenti, come i servizi idrici, che sono alla base della convivenza civile di una comunità”.

- La mozione da Lei presentata alla Camera nel febbraio scorso in cosa potrebbe concretizzarsi alla fine dell’iter parlamentare?

“A settembre, d’accordo con il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, è mia intenzione trasformare questa mozione in risoluzione del Parlamento rivolta al Governo per arrivare finalmente alla formulazione di una legge apposita sui ‘bond di scopo’. Una innovazione normativa che in questo momento non esiste ancora nemmeno in ambito europeo”.

 

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