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“Russiagate”, Trump alle prese con una nuova grana

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“Russiagate”, Trump alle prese con una nuova grana

Robert Mueller, il capo della speciale commissione d’inchiesta sul Russiagate, ha messo a segno un doppio uppercut contro il Presidente Trump, che di questo passo rischia di andare dritto verso la procedura di impeachment. Che vuol dire? Significa che se i sospetti sui maneggi col Cremlino dell’ex Palazzinaro dovessero essere provati, l’inquilino della Casa Bianca farà la fine di Nixon, che fu travolto dallo scandalo Watergate. Mueller avrebbe fatto “cantare” qualche uccellino, che per evitare di finire in gabbia per un ammontare biblico di anni, ha vuotato, sia pure indirettamente, il sacco. Per l’esattezza, tale Rick Gates, vice manager della campagna elettorale trumpiana, ha ammesso di avere contribuito a una “cospirazione” inventata per favorire Mosca nel suo difficile e sanguinoso contenzioso con l’Ucraina. Gates avrebbe spifferato che il “campaign manager” di Trump, Paul Manafort, sarebbe stato incaricato di foraggiare alcuni “vip” politici europei perché dessero un bella mano d’aiuto a Putin. Strano? No, logico secondo Mueller. Tutto forse rientrava nel tacito accordo non scritto tra il clan del Presidente e quello di Vladimir Vladimirovic, per scambiarsi reciproci favori, che avrebbero avuto un’accelerata in vista dell’auspicata conquista della Casa Bianca contro una Hillary Clinton incartapecorita da scandali e scandaletti.

Quanto avrebbe distribuito Manafort agli alti papaveri del Vecchio Continente? Si parla di circa due milioni e mezzo di dollari, tra il 2012 e il 2013, anche se il manager smentisce. L’arco di tempo farebbe pensare a un sodalizio di vecchia data tra Trump e Putin, sostenuto da una “teoria della cospirazione” ai limiti del fantapolitico. Oppure sarebbe una bomba a orologeria indirizzata a Trump per essersi scelto un braccio destro come Manafort, che faceva bisboccia coi russi da anni. In effetti non ci sono accuse direttamente collegate alla campagna per le Presidenziali americane del 2016. Aleggiano solo sospetti. Ma per ora tutto questo basta e avanza. La triangolazione, anzi, il “quadrilatero”, legherebbe Mannafort all’ex Presidente ucraino Yanukovych, a sua volta fedelissimo di Putin. L’ultimo spigolo dell’inquietante poligono sarebbe, appunto, Donald Trump. Per ora, non potendo scaricare sulla bilancia accuse ben più gravi, gli investigatori puntano l’indice contro Manafort per reati “veniali”, come la mancata iscrizione allo speciale albo dei mediatori politici o la presunta creazione di fondi esteri con i denari in arrivo da Kiev. Si tratterebbe di evasione fiscale e “Money laundering”, cioè riciclaggio.

Ma il macigno smosso da Mueller rischia di rotolare fino al Vecchio Continente, schiacciando i politici europei che si sono messi al servizio del Cremlino per il vil denaro. E dato, come dicevano i latini, che “pecunia non olet”, questi “vip” si sarebbero venduti, brigando per costituire una lobby a favore del blocco russo-ucraino. Nel mazzo, sostiene Gates, ci sarebbe anche un ex Cancelliere (potrebbe trattarsi di un premier austriaco, Alfred Gusenbauer).

Gusenbauer ha ammesso di avere incontrato esponenti politici europei e membri del Congresso Usa, ma ha negato di essere stato, sia pure indirettamente, al servizio di Yanukovych. Certo, l’affaire potrebbe rivelarsi l’ennesimo colpo alla credibilità di Trump. L’impressione è che il capo dell’Inquiry miri alla testa del Presidente, convinto che abbia mentito su tutto il polpettone, che tiene banco sui giornali americani. Una sorta di scandalo Watergate in sedicesimo.

Finora Robert Mueller ha messo sotto scopa ben diciannove persone, tra cui l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn. Lo Special Counsel, incaricato di indagare sulle possibili manovre di Mosca alle Presidenziali americane per favorire la vittoria di Trump, è stato costituito dal Deputy Attorney General (Vice Procuratore Generale) Rod Rosenstein, che ha chiamato l’ex capo dell’Fbi, Robert Mueller, a dirigerlo. Mueller ha un mandato molto ampio, tanto che le inchieste sul Dossier Ucraina, che riguardano Paul Manafort e Rick Gates, non sono intrinsecamente collegate alle elezioni per la Casa Bianca. Ma potrebbero “incrociarle”, fornendo nuovo materiale per mettere nei guai Trump e avviarlo all’impeachment.

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