Mercoledì, 26 Giugno 2019
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Crisi istituzionale senza precedenti

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Crisi istituzionale senza precedenti

Una crisi istituzionale brutta, bruttissima. Che rischia d’innescare reazioni a catena con pesanti ripercussioni per il Paese. Per la sua stabilità, per la democrazia. Sì, la democrazia. Quella garantita dalla Costituzione e – un anno e mezzo fa – difesa in ogni dettaglio, con epico sostegno, da alcuni dei “leader” che in queste ore credono di poterla piegare ai loro delusi tornaconti politici.

Eppure bastava poco. E non ci beviamo la questione di principio sul nome di Paolo Savona, 81enne uomo della provvidenza leghista, che rischierà – e certamente non lo merita – di passare alla Storia per aver cagionato al Paese conseguenze gravi e al momento incalcolabili. Tali da turbare non soltanto l’economia ma forse – auguriamoci di no – anche il tessuto sociale, già sfilacciato e con troppe cancerose opacità, del nostro Paese. Già ieri, sui social, inquietanti volgari minacce al Capo dello Stato.

Davvero bastava poco. Perché Matteo Salvini, se sul serio stava profondendo tutte le energie per mettere in piedi il “governo verdegiallo del cambiamento” non ha “imposto” al M5S il nome di Giancarlo Giorgetti per il ministero dell’Economia? Luigi Di Maio, l’unico davvero disposto a tutto pur di far nascere l’esecutivo, aveva già ceduto sul premierato; non avrebbe difeso “alla morte” il veto su Giorgetti con il rischio di mandare ogni cosa alle ortiche.

La verità è che Salvini, impuntandosi su Savona al ministero dell’Economia, ha ottenuto tutti i risultati che gli stavano a cuore. Creare le condizioni, visti i sondaggi, per tornare al voto il prima possibile (tra ottobre e dicembre), e avere da subito l’argomento forte della campagna elettorale che verrà, anzi già cominciata ieri a Terni dove il capopopolo leghista s’è recato per un comizio in vista delle Amministrative. Il piatto da tenere caldo nei prossimi mesi di battaglie sovraniste sarà soprattutto l’antieuropeismo, il nemico Barbarossa da cacciare come le padane memorie suggeriscono, il tedesco cattivo da cui affrancarsi. Paolo Savona sarà il vessillo di questa guerra che il centrodestra, ricostituito ma nel furbo “rispetto” delle diverse anime, andrà a combattere. Per poi governare da solo.

Sabato mattina segnalavamo il riavvicinamento Salvini-Meloni inscrivendolo nella «giocata multipla» del leader della Lega. Ebbene, non è un caso che la prima a sferrare l’attacco al Quirinale – stavolta un atto d’accusa formalizzato e terribile – sia stata proprio la Meloni, che già quarantott’ore prima si era spesa, rinvenendo dalle nebbie dell’annunciata opposizione al governo verdegiallo, a favore di Savona all’Economia. Spieghiamolo meglio: aveva censurato in anticipo la possibile «interferenza» del Quirinale. Non sorprende, quindi, la possibilità d’una richiesta di impeachment per Sergio Mattarella, con l’accusa di «alto tradimento», formulata ieri dalla Meloni: è figlia naturale dell’“avvertimento” che era stato inviato al Colle di non impicciarsi. Mai si era arrivati a questo. E il Capo dello Stato non poteva certo accettare il diktat. Ovviamente Di Maio si è accodato – non sappiamo esattamente il perché, ma non resteremmo chissà quanto sorpresi se la sua leadership pentastellata fosse messa in discussione –. E ha preannunciato che il M5S proverà a parlamentarizzare questa crisi istituzionale per mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica. Salvini, ben “rappresentato” dalla Meloni, resta per il momento fuori dalle richieste di impeachment. Avrà forse l’idea di arrivare liscio alle elezioni senza che ci sia troppo altro fracasso. E, chissà, forse teme che l’attacco a Mattarella possa far tornare sui propri passi qualche milionata di elettori moderati.

Nessun commento dal Colle; convocato per oggi Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ex commissario alla spending review. Si va verso un governo (ovviamente minoritario) “del Presidente” di cui dovranno conoscersi meglio coordinate e “obiettivi”.

Due ultime cose. La prima: farsi valere in Europa è un conto, rimandare al mittente le ironie fuori luogo sul nostro Paese è sacrosanto, ma noi l’abbiamo fondata, l’Europa. Ed è questa la nostra casa. Piaccia o no ai tedeschi e a chi altri, in Italia, delira. La seconda: un grazie al professor Giuseppe Conte per il tempo speso.

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