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"I nostri ieri", il carcere e l'attimo che cambia la vita nel film di Papini con Peppino Mazzotta

Un delitto inspiegabile, ricreato durante un laboratorio in carcere, nei confini tra memoria e trauma, racconto e manipolazione delle emozioni. E’ il filo che segue I nostri ieri, il film di Andrea Papini, con Peppino Mazzotta, Francesco Di Leva, Daphne Scoccia, Maria Roveran, Denise Tantucci e Teresa Saponangelo che debutta alla Festa del cinema di Roma in Alice nella città per poi arrivare in sala con Atomo Film a gennaio.

La trama, ispirata da un’esperienza di lavoro del regista a contatto con i detenuti in carcere, ha per protagonista Luca (Peppino Mazzotta), documentarista in un momento di stallo lavorativo, che si dedica all’insegnamento in una struttura carceraria. L’incontro con Beppe (Francesco Di Leva) camionista che gli racconta l’inspiegabile delitto commesso, porta Luca a decidere di fare dei fatti il soggetto del saggio di fine corso. Un’esperienza che pone Luca a doversi confrontare con, fra gli altri, la sorella della vittima, Lara (Scoccia), l’interprete della vittima (Roveran), e la famiglia che ha abbandonato Beppe, a partire dalla moglie Daisy (Saponangelo). Contemporaneamente Luca si ritrova a farsi domande sulle scelte della sua vita dopo il ritorno momentaneo della figlia Greta (Tantucci), alla vigilia di una partenza per un master (e forse una vita) all’estero.

Per Papini, già autore di storie in nero, sempre realizzate con produttori indipendenti, come La velocità della Luce e La misura del confine, I nostri ieri racconta «l'incontro fra tre emarginazioni, una fisica, legata al carcere insieme a quella lavorativa e quella affettiva». Nel rappresentare la prigione «era importantissimo trovare un equilibrio. Non si racconta la solita storia di violenza, costrizione, ma il carcere nel quale ho lavorato io, una struttura moderna dove si vive in una relativa libertà. Mi sembrava più rivoluzionario rappresentare la felicità degli esclusi che la violenza. Il film indaga le cause che possono scatenarla ma non mette in scena lo spettacolo orrendo al quale spesso assistiamo oggi».

Per Di Leva «I nostri ieri pone l’accento su un tema che mi è molto caro, dare una possibilità a chi non ce l’ha mai avuta. il lavoro pedagogico nelle carceri è qualcosa di importante, per migliorare tutti noi come esseri umani. Poi Beppe mi ha fatto pensare a mio padre che è stato camionista. Io da ragazzino ho passato tante giornate con lui in cabina, mi addormentavo a Napoli e mi svegliavo in Sicilia. E’ un ruolo che mi ha fatto riflettere molto su quanto siamo vulnerabili. Basta poco e ci si ritrova a compiere qualcosa con cui fai poi i conti per tutta la vita». Importante nella storia anche la dimensione personale dell’insegnante, Luca, «un uomo che rischia di sfruttare in maniera famelica le emozioni legate al crimine che mette in scena» dice Peppino Mazzotta. Un comportamento legato anche al suo passato «con cui ci confrontiamo attraverso Greta, la figlia - spiega Denise Tantucci -. Lei porta in una dimensione separata da quella del carcere, è una parte molto nostalgica e delicata"

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