Mercoledì, 21 Agosto 2019
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INDAGINI

Due pentiti: "Mafia, 'ndrangheta e camorra guidate da un'unica cupola invisibile"

mafia, ndrangheta, Sicilia, Cronaca
Il casolare di Pietraperzia dove si incontravano i boss

"Mafia, 'ndrangheta, camorra e sacra corona unita, sin dai primi anni '80 sono governate unitariamente da un vertice segreto di invisibili di cui fanno parte, oltre ai massimi esponenti delle varie associazioni, massoni, servizi segreti deviati e politici".

A dirlo sono alcuni pentiti tra i quali Gioacchino Pennino e Leonardo Messina, i cui verbali sono stati depositati agli atti del processo Gotha dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo.

Pennino, esponente di vertice di Cosa Nostra e massone, interrogato nel febbraio 2014, disse: "mio zio Gioacchino Pennino mi confidò di essere stato latitante negli anni '60 ospite dei Nuvoletta nel napoletano. La cosa non deve sorprendere in quanto Cosa Nostra, 'Ndrangheta e Sacra Corona Unita, sono da sempre unite fra loro. Sarebbe meglio dire sono una cosa sola. Da lì mio zio, come mi raccontò, si recava in Calabria dove, mi disse, aveva messo insieme massoni, 'Ndrangheta, servizi segreti, politici per fare affari e gestire il potere. Una sorta di comitato d’affari perenne e stabile».

Pennino racconta anche che "essendone molto amico", pochi mesi prima della sua morte, «nel 1980-1981 mi trovai a parlare con Stefano Bontate. Nel corso di questo incontro Bontate mi disse che avrebbe avuto molto piacere se lo avessi aiutato a continuare "quel progetto di tuo zio" (il
comitato d’affari fra criminali, massoni e servizi) non solo in Calabria, dove si era consolidato, ma anche in Sicilia dove il progetto era ancora in fase embrionale. Io con molta diplomazia riuscii a svicolare e a declinare l’invito. Non volevo assumere questo ruolo e non mi interessava farlo».

Parole che si sovrappongo a quelle riferite da Leonardo Messina, mafioso che collaborò col giudice Paolo Borsellino, che nel 1992, sentito dalla Commissione parlamentare antimafia, rispondendo alle domande dell’allora presidente Luciano Violante, disse parlando di Cosa nostra: «Sì, ci sono strutture che non comunicano: non è che tutti gli uomini devono sapere. Vi sono uomini che non sanno oltre la propria famiglia, o la propria decina».

Quindi alla domanda di Violante «vi sono persone che entrano in Cosa nostra ed il cui nome è destinato a restare sconosciuto?» la risposta fu «sì, o perché rivestono cariche politiche, o perché sono uomini pubblici e nessuno deve sapere chi sono. Lo sa soltanto qualcuno». Poi aggiunse: «Il vertice della 'ndrangheta è Cosa nostra. I soldati non sanno che appartengono tutti ad un’unica organizzazione. Lo sa il vertice. È il vertice che deve conoscere». Messina riferì che, all’epoca, uno dei vertici era «Ciccio» Mazzaferro.

Messina parlò anche dell’esistenza di «un regionale anche in Calabria» ed alla domanda se «anche in Calabria il rapporto della mafia con la società e le istituzioni è lo stesso» la risposta fu «sì, praticamente è una di quelle regioni in cui si è padroni del territorio». Quindi, in merito alla presenza della 'ndrangheta a Messina, Leonardo Messina rispose che «ci sono pochi uomini d’onore, si erano spostati dei catanesi ma la realtà ufficiale è 'ndrangheta. Lei capisce che sarebbe impossibile che Cosa nostra si faccia rubare il territorio dalla 'ndrangheta: è una sola struttura».

 

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