Sabato, 21 Settembre 2019
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MACERATA

Omicidio Pamela, ergastolo per Oseghale

omicidio pamela, Innocent Oseghale, Pamela Mastropietro, Sicilia, Cronaca
Pamela Mastropietro

Ergastolo con isolamento diurno per 18 mesi per Innocent Oseghale, 30enne pusher nigeriano condannato per omicidio, aggravato dalla violenza sessuale e occultamento di cadavere per la morte di Pamela Mastropietro, 18 anni, romana, il cui cadavere fatto a pezzi fu trovato in due trolley sul ciglio della strada a Pollenza il 31 gennaio 2018.

È la sentenza emessa dai giudici della Corte d’Assise di Macerata dopo cinque ore di camera di consiglio. Una sentenza accolta da brevi scene di esultanza, urla e lacrime dai genitori di Pamela (Alessandra Verni e Stefano Mastropietro), da parenti e amici che indossavano magliette con il volto della ragazza. Pamela si era allontanata da una comunità terapeutica di Corridonia per problemi psichiatrici e di dipendenza, arrivata a Macerata entrò in contatto con Oseghale.

L’accusa, rappresentata dal procuratore Giovanni Giorgio e dal pm Stefania Ciccioli, aveva chiesto la condanna all’ergastolo, sostenendo che Oseghale abusò sessualmente della ragazza, approfittando dello stordimento dovuto all’assunzione di eroina procurata per suo tramite, e poi la uccise con coltellate al fegato perché lei voleva lasciare la mansarda di via Spalato 124 dove si era consumato il rapporto. L’imputato, detenuto a Forlì, era presente in aula come in tutte le udienze con l’ausilio di una traduttrice in inglese.

La difesa - avv. Simone Matraxia e Umberto Gramenzi - ha ricostruito la vicenda in maniera del tutto diversa: Oseghale ha ammesso di aver sezionato il corpo per sbarazzarsene ma, secondo i legali, non avrebbe uccise Pamela che sarebbe morta per overdose di eroina. In aula anche i genitori della vittima - Alessandra Verni e Stefano Mastropietro - assistiti come parti civili dall’avv. Marco Valerio Verni, zio di Pamela.

Prima dell’udienza amici e familiari della 18enne hanno formato un capannello fuori dal tribunale: la madre di Pamela ha gridato «giustizia per Pamela», seguita da un applauso. nell’udienza di oggi, spazio alle repliche delle parti. Il procuratore Giorgio ha collocato il delitto in un contesto di violenza di genere, in cui Oseghale non ha «perso momentaneamente la ragione», piuttosto ha riaffermato «il ruolo di padrone» della donna, quando lei voleva andarsene via. Oseghale ha «strumentalizzato Pamela come un giocattolo» per soddisfare le sue voglie sessuali.

Diversi i capisaldi dell’accusa: le coltellate al fegato, secondo i consulenti medico legali della Procura, vennero sferrate quando era viva; lo smembramento del cadavere con l’asportazione di varie parti per occultare le tracce dell’omicidio e dello stupro; le dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Marino secondo cui Oseghale gli confessò stupro e omicidio mentre erano in carcere ad Ascoli; a sostegno della tesi accusatoria anche le tracce di liquido seminale su Pamela e di dna del pusher sotto le unghie.

Sulle conclusioni medico legali, però, la difesa e i propri consulenti non concordano: non vi sarebbe - è la tesi - alcuna certezza sulla vitalità delle ferite né sull'esclusione di una morte causata da overdose. Quanto all’ex collaboratore di giustizia, secondo la difesa sarebbe inattendibile e avrebbe parlato solo per ottenere la riammissione al programma.

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